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Iran, la prima settimana divide il mondo. Qual è il ruolo dell’Italia
Di Redazione
Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. O meglio, ne hanno eliminato la Guida Suprema, senza tentare un’operazione di estrazione modello Maduro in Venezuela ma procedendo direttamente alla soluzione definitiva. E’ guerra, ma un modo diverso di fare la guerra su cui non esistono parametri di riferimento entro cui ragionare.
Le conseguenze di quanto sta avvenendo sono profondamente incerte, su un piano militare, politico e non ultimo economico, considerati i miliardi fermi per la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per questo, oggi parliamo solo di Italia.
Il punto di vista italiano si è costruito in questi giorni più per stratificazione che per slancio. Prima il silenzio prudente di Palazzo Chigi, poi i vertici riservati, quindi le comunicazioni in Parlamento di Antonio Tajani e Guido Crosetto, infine l’intervento pubblico di Giorgia Meloni, ma in radio e non in Parlamento.
Il risultato è una linea che prova a tenere insieme tre esigenze diverse: non indispettire Washington, non farsi trascinare nel conflitto regionale e non lasciare all’opposizione il monopolio della critica politica.
Meloni ha sintetizzato tutto con una formula semplice: “l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci”, chiarendo anche che l’eventuale utilizzo delle basi americane sul territorio nazionale resterebbe confinato al supporto logistico previsto dagli accordi bilaterali.
In Parlamento, però, il tono è stato meno lineare di quanto si potesse immaginare.
Tajani ha insistito sulla priorità assoluta della sicurezza degli italiani nella regione, difendendo una postura di responsabilità e gestione dell’emergenza.
Crosetto, dal canto suo, ha scelto un registro più netto sul piano giuridico, arrivando a definire l’attacco americano “fuori dal diritto internazionale”. È una formula importante, perché segnala che il governo italiano non intende avallare politicamente l’azione statunitense, pur evitando qualsiasi rottura diplomatica.
In parallelo, il Parlamento ha approvato una mozione che consente il rafforzamento del sostegno difensivo ai Paesi del Golfo con sistemi antimissile e capacità di sorveglianza, confermando al tempo stesso la partecipazione italiana ai più ampi sforzi europei di protezione contro eventuali minacce iraniane.
Le opposizioni hanno colto immediatamente il punto debole della linea governativa: la sensazione di una certa esitazione iniziale.
Elly Schlein ha attaccato soprattutto sul ritardo con cui Crosetto ha preso posizione sul piano del diritto internazionale, mentre Giuseppe Conte ha trasformato la questione in un atto d’accusa politico contro Meloni, accusandola di “scappare” dal Parlamento e di non chiarire fino in fondo il tema dell’uso delle basi.
La critica, in sostanza, è doppia: subordinazione verso gli Stati Uniti e opacità istituzionale. È una linea d’attacco prevedibile, ma non priva di presa, soprattutto perché il conflitto iraniano tocca un nervo scoperto della politica italiana: la differenza tra alleanza atlantica e “automatismo atlantico”.
Dentro il dibattito parlamentare, però, il momento più politico è stato probabilmente l’intervento di Matteo Renzi. Non tanto per il merito della linea sull’Iran, quanto per il modo in cui ha scelto di colpire Tajani, accusandolo di una diplomazia debole e quasi notarile, con toni volutamente caustici e personali.
Lo scontro tra i due ha trasformato una discussione di politica estera in una scena di politica interna piuttosto classica: la Farnesina come teatro di schermaglie, con Renzi nel ruolo del guastatore professionale e Tajani in quello del ministro istituzionale irritato ma costretto a restare composto. Al netto delle battute, il punto di Renzi era chiaro: l’Italia non può limitarsi a fare il centralino dell’emergenza consolare se vuole contare davvero nello scenario mediorientale.
Politicamente, la linea del governo si muove quindi su un crinale stretto. Meloni prova a restare allineata al quadro occidentale senza apparire subalterna alla Casa Bianca. Tajani difende la tradizione diplomatica italiana, cioè cautela, contatti, protezione dei connazionali. Crosetto segnala un limite giuridico e politico all’azione americana, ma senza mettere in discussione l’ancoraggio strategico dell’Italia. È una linea coerente con la postura italiana degli ultimi anni: prudente, multilaterale quando possibile, atlantica senza fanatismi.
Il problema è che in una crisi come questa la prudenza può essere letta come equilibrio oppure come irrilevanza. E infatti la sensazione che emerge, anche da alcune ricostruzioni giornalistiche, è che in questa partita il baricentro europeo si sia spostato più verso Francia, Germania e Regno Unito che verso Roma.
Sul piano europeo, per l’Italia si apre ora una fase complicata ma anche potenzialmente decisiva. Se il conflitto dovesse allargarsi, Roma sarà costretta a scegliere quanto restare nel perimetro della semplice gestione difensiva e quanto partecipare alla costruzione di una posizione europea comune.
La decisione parlamentare di sostenere difese aeree e antimissile nel Golfo indica già un primo passo: non entrare in guerra, ma prepararsi alle conseguenze della guerra. È una distinzione sottile ma cruciale. E vale ancora di più se si considera che Washington continua a muoversi con ampi margini di autonomia, spesso senza una vera consultazione preventiva con gli alleati, come già si è visto su altri dossier recenti.
In definitiva, il punto di vista italiano sull’attacco all’Iran è meno ambiguo di quanto dicano le polemiche, ma più fragile di quanto voglia ammettere il governo.
L’Italia non vuole lo scontro, non vuole apparire ostile agli Stati Uniti, non vuole concedere all’opposizione il ruolo di unica voce critica e, soprattutto, non vuole trovarsi trascinata in una spirale che avrebbe conseguenze militari, energetiche e migratorie dirette.
È una posizione razionale. Ma, come spesso accade, la razionalità in politica estera non basta: serve anche far capire che dietro la cautela c’è una strategia, non solo il timore di sbagliare.





