Le interlocuzioni tra il Governo italiano e la Commissione Europea sul tema dell’energia stanno assumendo un significato che va ben oltre la gestione dell’emergenza.
Per la prima volta dopo molti anni, infatti, Bruxelles sembra disponibile a riconoscere che l’energia non è soltanto una questione industriale o ambientale, ma un tema di sicurezza economica e geopolitica. È dentro questo quadro che si colloca la richiesta italiana di ottenere ulteriori margini di flessibilità sui conti pubblici.
La Commissione ha aperto alla possibilità di consentire maggiori spazi di spesa agli Stati membri per fronteggiare gli effetti dello shock energetico e delle tensioni internazionali, ma ponendo condizioni piuttosto chiare. Le risorse aggiuntive non potranno essere utilizzate per finanziare misure generalizzate o permanenti di sostegno ai consumi, bensì per investimenti che rafforzino strutturalmente la resilienza energetica europea.
La logica è semplice: non finanziare la conseguenza del problema, ma contribuire a risolverne le cause.
Il Governo italiano ha accolto con favore questa apertura. Giancarlo Giorgetti continua a mostrarsi fiducioso sulla possibilità di ottenere il via libera europeo, sottolineando come l’Italia abbia costruito negli ultimi anni una reputazione di affidabilità che oggi consente di presentarsi ai tavoli negoziali con maggiore credibilità rispetto al passato.
La linea è quella già vista su altri dossier: mettere sul tavolo risorse significative senza compromettere la percezione di solidità finanziaria del Paese.
Se la flessibilità verrà concessa, i beneficiari potrebbero essere numerosi. Non soltanto le grandi infrastrutture energetiche, ma anche le reti elettriche, i sistemi di accumulo, le interconnessioni europee, i progetti di efficientamento industriale e una parte importante della manifattura italiana ad alta intensità energetica.
In altre parole, settori in grado di aumentare la competitività del sistema produttivo e non semplicemente di attenuare temporaneamente il costo delle bollette.
È interessante osservare come questa vicenda si inserisca in una tendenza più generale dell’azione di governo.
Claudio Cerasa ha scritto recentemente su Il Foglio che Giorgia Meloni sta ottenendo alcuni dei risultati più significativi proprio nei settori sui quali le sarebbe più difficile rivendicare un merito politico tradizionale. La lotta all’evasione fiscale ha prodotto risultati record. L’europeismo praticato a Bruxelles è molto più marcato di quello immaginato dagli osservatori nel 2022. La gestione dei flussi migratori è passata soprattutto attraverso accordi con i Paesi africani e strumenti di cooperazione internazionale. Persino sul fronte delle rinnovabili, pur tra molte contraddizioni, l’Italia continua a crescere.
Il paradosso è evidente. Una parte consistente dei risultati ottenuti dal Governo deriva da scelte che, negli anni dell’opposizione, la stessa maggioranza avrebbe probabilmente guardato con sospetto. Ed è forse anche per questo che questi successi vengono raccontati poco e male. Come se rivendicarli significasse ammettere una trasformazione politica che molti elettori non erano stati preparati a vedere.
Il referendum sulla giustizia, da questo punto di vista, dovrebbe rappresentare una lezione. Per mesi si è cercato di mobilitare il consenso attorno a una riforma percepita come identitaria. Il risultato finale ha invece suggerito che una parte significativa dell’elettorato cercava altro: stabilità, prevedibilità, rassicurazione. In altre parole, esattamente quei valori che il Governo sostiene di aver garantito in questi anni.
Per questo motivo il dossier energetico potrebbe avere un’importanza politica persino superiore a quella economica. Se l’Italia riuscirà a ottenere margini aggiuntivi e a utilizzarli per rafforzare il proprio sistema produttivo, sarà difficile sostenere che non sia stato fatto nulla. Ma qui emerge anche il limite della discussione pubblica attuale.
Alla fine, la questione è forse più politica che economica. Il Governo rischia di trovarsi nella singolare situazione di aver contribuito a rendere l’Italia più stabile, più credibile e più solida senza essere riuscito a trasformare questi risultati in una narrazione comprensibile. E sarebbe un paradosso notevole: perdere consenso non per ciò che si è fatto, ma per non aver trovato il coraggio di raccontarlo.
PS polemico: ennesima archiviazione per l’ex Presidente del Consiglio scomparso nel giugno 2023 e il suo amico di una vita, anche collaboratore e fondatore del Partito che da 32 anni rappresenta la parte moderata del centrodestra. Ufficialmente la 6a, ma nessuno sa davvero quante volte certi fascicoli si siano aperti e chiusi. Che sia l’ultima volta non ne siamo sicuri, non possiamo che sperare nell’anagrafica per scongiurare che certe ferite vengano riaperte solo per assicurarsi titoli e prebende. La consapevolezza della vastità della fantasia degli autori ci lascia poco ottimisti sul punto.





