Politica

La moral suasion di Mattarella per ‘salvare’ la riforma Cartabia e le ‘minacce’ del M5s

24
Luglio 2021
Di Ettore Maria Colombo

Ieri, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che peraltro festeggiava il suo 80 esimo compleanno, non è intervenuto solo per criticare, con una nota formale, l’eccesso di decretazione d’urgenza del governo e l’inserimento di norme ‘omnibus’, che non c’entrano nulla, nei medesimi decreti legge, ma è intervenuto anche sul Csm. Solo che lo ha fatto con un tipico, ma informale, potere presidenziale, la moral suasion, chiedendo al Csm di ‘posticipare’ il suo parere sulla riforma della Giustizia targata Marta Cartabia.

Il vero fronte ‘caldo’, la riforma della giustizia

Come si sa la riforma della giustizia (per la precisione del processo penale) targata Marta Cartabia approderà, finalmente, il 30 luglio, nell’aula della Camera dei Deputati per un suo primo esame (dopo, ovviamente, ci sarà anche quello del Senato). Una riforma, quella per velocizzare i processi e dare certezza della pena, ma anche garanzie agli imputati, che ‘ci chiede’ l’Europa che ci deve fornire, in cambio, come per le riforme di fisco, Pa e concorrenza, i 209 miliardi del Recovery Plan (altrimenti non li dà).

Solo che, in commissione Giustizia, presieduta dal pentastellato Mario Perantoni, i 5Stelle hanno sommerso la riforma di ben 961 emendamenti, alcuni direttamente soppressivi e tendenti, in buona sostanza, a ‘ripristinare’ la vecchia ‘riforma’ (si fa per dire) targata Alfonso Bonafede, ex guardasigilli nel governo Conte bis giallorosso (e pure, però, in quello gialloverde). Un atteggiamento, il loro, palesemente ostruzionistico, nonostante le rassicurazioni che il nuovo capo politico del M5s, Giuseppe Conte, aveva fornito al premier, Mario Draghi, lunedì.

A palazzo Chigi non l’hanno presa bene, la cosa. E così il governo ha deciso di mettere la questione di fiducia, votata all’unanimità dall’intero cdm e, dunque, si presuppone anche dai ministri grillini (ma la Dadone, subito dopo, se n’è pentita, annunciando sfracelli, come vedremo, fino al ritiro del sostegno al governo).

Del resto, la riforma Cartabia non vede solo l’ostilità (preconcetta) dei 5Stelle, ma anche quella di molti magistrati – che si sono espressi contro la riforma, sparando a palle incatenate, da Cafiero de Raho a Gratteri – dell’intera Anm e di molti membri togati del Csm che, l’altro ieri, con il parere della VI commissione hanno fatto a pezzi, letteralmente, la riforma Cartabia, almeno nell’articolo 14, tema la improcedibilità dei reati.

La moral suasion di Mattarella al Csm: “serve un parere completo, dovete aspettare il testo”

Presto, però, si doveva esprimere, sulla riforma Cartabia, il Csm nel suo complesso e, invece, ecco che Mattarella – di cui la Cartabia è ritenuta, non a torto, la sua ‘pupilla’ e la sua ‘prescelta’ per succedergli, al Quirinale, quando passerà la mano – opera la sua moral suasion. Si tratta, appunto, si diceva, di un intervento informale che non viene registrato da nessuna ‘nota’ ufficiale.

Resta il punto. Il Csm non discuterà mercoledì prossimo, nel suo plenum, il parere (negativo) sulla riforma penale della ministra Cartabia approvato a maggioranza dalla VI commissione.

Lo farà, se verrà accolta la richiesta dei membri togati, in una riunione straordinaria nei primi giorni di agosto, quindi solo quando il parere stesso non riguarderà solo una parte della riforma, quella sull’improcedibilità dei processi, ma l’intera revisione delle norme che riscrivono la struttura e la scansione temporale dei dibattimenti penali.

È stato il presidente della Repubblica – e anche presidente del Csm – Sergio Mattarella, come dice il vice-presidente laico del Csm, David Ermini, a chiedere al Csm di presentare in plenum un parere completo. Non settoriale su un solo punto, quindi, ma complessivo. Proprio perché la riforma è un testo complesso e contiene anche norme che rivedono il processo penale nel suo insieme. Non è un unaltolà, quello del Colle, come pure potrebbe apparire a prima vista, ma un suggerimento strategico per evitare che una riforma molto ampia – 16 articoli – sia valutata solo in base all’articolo 14.

La spiegazione tecnica di Ermini della ‘mossa’ di Mattarella

È stato proprio Ermini a spiegare il passaggio che il Csm affronterà la prossima settimana, quando mercoledì si terrà il plenum. All’ordine del giorno, già da ieri sera, figurava il parere della sesta commissione, presieduta dal laico di M5S Fulvio Gigliotti, approvato con 4 voti a favore (Gigliotti stesso, Ardita, Zaccaro e Chinaglia di Area) e due astensioni (Lanzi di FI e Micciché di Mi). Parere che, per citare due righe significative, scrive che “l’improcedibilità amputa in modo definitivo il potere decisorio del giudice”, parla di una regola che “travolge l’accertamento già effettuato” e, ancora, di “un’ingiustificata e irrazionale rinuncia dello Stato al dovere di accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità sul piano penale, rispetto a un reato certamente non estinto”. Ma, appunto, si tratta di un giudizio che riguarda solo un pezzo della riforma, l’articolo 14, rispetto a un testo che ne contiene esattamente, in tutto, ben 16 di articoli.

Ermini ha spiegato che “il parere non è stato inserito nell’ordine del giorno ordinario del prossimo plenum per consentire al Csm di esprimersi sull’intera riforma del processo penale”. La stessa Marta Cartabia, come dice Ermini, “ha chiesto al Consiglio un parere su tutti gli emendamenti governativi presentati in Parlamento”. Un parere che, però, la Cartabia ha chiesto solo dopo la ‘bocciatura’ della sua riforma (nella parte sull’improcedibilità) da parte della VI commissione del Csm, cioè lo stesso 22 luglio.

A questo punto, Mattarella – spiega Ermini – ha ritenuto opportuno “posticipare anche solo di pochi giorni l’iscrizione della pratica all’ordine del giorno del plenum in modo da completare la proposta di parere offrendo al Parlamento un’approfondita e completa valutazione tecnica”. Traduzione: la riforma va valutata nel suo complesso, non potete dare un giudizio così duro e apodittico su un articolo solo, ma dovete lasciare anche che il Parlamento faccia il suo lavoro ed esamini e voti la riforma almeno in un ramo, quello della Camera. Dopo, ma solo dopo, potrete fare le vostre valutazioni in seno al Csm.

I 5Stelle schiumano rabbia e la Dadone ‘minaccia’ il ritiro dei ministri dal governo

I grillini – come si capisce subito dal titolo sparato in apertura dal Fattoquotidiano.it, house organ dei 5Stelle e schieratissimo contro la Cartabia e la sua riforma (ieri, in un editoriale, Travaglio, in pratica, le ha dato della deficiente) – schiumano rabbia, ma non possono farla trasparire, specialmente nei confronti del Colle. Certo è che il mondo pentastellato, e non solo i magistrati ‘sulla breccia’ e intervistati ogni giorno sui quotidiani, fibrillano e vorrebbero poter cambiare, emendare e stravolgere la riforma. Al punto tale da ‘minacciare’ di uscire dal governo.

La ministra alle Politiche Giovanili, Fabiana Dadone, di prima mattina, ad Agorà (Rai 3) dice: “A rischio l’appoggio dei Cinque Stelle al governo? Dipende quale sarà l’apertura sulle modifiche tecniche alla riforma della giustizia”.

Sulla riforma Cartabia “ci aspettiamo in questa settimana una discussione costruttiva in termini di miglioramenti, poi vedremo le decisioni da prendersi” (sic). “E’ giusto che il Parlamento presenti gli emendamenti – insiste – e la nostra forza, che è sensibilissima sul tema della prescrizione, ne ha preparati oltre 900. Ci aspettiamo in questa settimana una discussione costruttiva in termini di miglioramenti, poi vedremo le decisioni da prendersi”. Una discussione ‘costruttiva’, con 916 emendamenti? Impresa improba. E, alla domanda se siano possibili le dimissioni dei ministri del M5s, qualora la riforma Cartabia passasse senza modifiche, risponde che si potrebbero “valutare le dimissioni” dei ministri Cinque Stelle assieme al leader in pectore Giuseppe Conte. La ministra Dadone lo dice chiaramente, non molla: “l’appoggio dei ministri del Movimento al governo dipende da queste modifiche”. E se la riforma passa così com’è? “Eventualmente, le dimissioni sarà ipotesi da valutare con Conte”.

Il problema è che la coperta, dentro la maggioranza di un governo istituzionale composto da forze politiche molto diverse tra loro, si fa sempre più corta. E che i tormenti dei 5Stelle sulla riforma Cartabia son appena iniziati.

I mal di pancia dei 5Stelle e l’irritazione del Pd

Il deputato M5s Giovanni Vianello – già fortemente critico martedì scorso nell’assemblea congiunta con Conte – ha votato contro la fiducia e ora rischia l’espulsione. Ma soprattutto, con la riforma Cartabia in arrivo, almeno una trentina di deputati sarebbero pronti a seguirne l’esempio.

“Numeri destinati a salire vertiginosamente”, assicurano i malpancisti all’Adnkronos, “ma bisogna anche vedere cosa si ottiene”. Del resto, la richiesta di autorizzazione alla fiducia in Cdm, avanzata da Draghi e appoggiata da tutti i presenti, avrebbe in realtà gelato i quattro ministri grillini, che proprio sulla riforma Cartabia erano finiti nelle settimane scorse nel mirino dei gruppi parlamentari. Già nel pomeriggio, quando era uscita la nota di convocazione della conferenza stampa del premier alla presenza della Guardasigilli, si temeva una doccia fredda.

Ora, per Conte, sarà davvero complesso uscirne, individuando una mediazione che accontenti tutti o quanto meno ne scontenti il meno possibile.

E ahi voglia, il segretario del Pd, Enrico Letta, assicurare che “Il governo non scricchiola, è naturale che di fronte a passaggi complessi ci siano discussioni. Questo (la riforma della giustizia, ndr.) è un passaggio complesso come lo sono stati altri e lo saranno altri”. Salvini e la Lega – infuriati per come sono stati trattati da Draghi sul Green Pass e dalle sue parole sull’obbligo morale di vaccinarsi (“Un invito a non vaccinarsi è un invito a morire”) – fanno sapere che la loro “irritazione” per “i 5Stelle che minacciano sfracelli sulla Giustizia (e proprio in queste ore si fanno notare per le troppe assenze in Aula) e il Pd che tira la corda su tasse e ddl Zan” è “massima”. Poi, in serata, Salvini chiosa perfido così: “Magari se (sic) il M5s uscisse dal governo. Non penso che in Italia ci sarebbero manifestazioni di disperazione nelle piazze”. Nelle piazze, forse, no, ma nel Parlamento sì. E, appunto, mentre la riforma Cartabia sarà votata, scatterà anche il semestre bianco. Il – da oggi – ottantenne Sergio Mattarella non avrà più il potere di sciogliere le Camere e, dunque, Draghi non potrà più ‘minacciare’ di volersi dimettere. Nascerebbe un nuovo governo. Magari sempre con Draghi ma con una diversa maggioranza. Senza i 5Stelle, ma con il centrodestra. E il Pd? Ecco una prospettiva da far tremare le vene nei polsi perché finirebbe come l’asino di Buridano. Suonato da tutte le parti e da entrambi i padroni.