Politica

La ‘Grande Paura’ dei referendum ‘sovranisti’ agita i sonni di Letta, Conte, Renzi e (forse) Draghi. Consulta e Quirinale sul ‘chi vive’. I ‘rimedi’ di Ceccanti e la ‘difesa’ di Magi

21
Settembre 2021
Di Ettore Maria Colombo
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“E se poi passano i referendum ‘sovranisti’?”.

“E se, poi, arriva un referendum che promuove, in modo surrettizio, l’uscita dell’Italia dall’Euro? E se arriva un referendum che chiede di togliere, agli immigrati residenti nel nostro Paese, diritti civili e sociali come l’assistenza sanitaria? E se arriva un referendum che, come in Texas, vuole rendere illegale l’aborto? O cancellare lo Zan? Già il referendum contro il Green Pass è un segnale, i referendum ‘sovranisti’ potrebbero diventare, e molto presto, un pericolo reale…” dicono dentro il Pd e i 5S, ma non solo loro, anche Renzi e Calenda, e molti giuristi, la pensano allo stesso modo.

Ad avvertire il ‘pericolo’, a sinistra, è stato finora solo un raffinato e acuto giornalista che scrive sulle colonne del quotidiano il manifesto, giornale che, orgogliosamente, ancora reca la dicitura di ‘quotidiano comunista’, Andrea Fabozzi, che ha scritto, giorni fa, che il ‘rischio’ di ritrovarsi, in un futuro forse neppure lontano, grazie alla ‘facilità’ della firma digitale via Spid su referendum di ‘rango’ sovranista o apertamente di destra (anti-immigrati, anti-sociali, anti-diritti civili, se passasse il ddl Zan) è alto. La stessa preoccupazione alberga nel Pd, e non solo, come vedremo, ma anche in altri partiti.

 

La ‘Grande Paura’ del Pd, del M5s e pure Iv…

Insomma, il problema è la ‘Paura’ della Politica. Una vasta, abnorme, ‘Grande Paura’ che alberga nel cuore del Pd – e, in testa a tutti, del segretario, Enrico Letta. Come pure nei 5Stelle, in testa a tutti Giuseppe Conte – 5S teoricamente ‘nati’ con le stimmate di chi i referendum li voleva su ogni tema possibile e impossibile dello scibile umano, infatti Grillo, pur non ‘endorsato’ da nessuno, dentro un Movimento ormai tutto e solo ‘contiano’, lancia i referendum dal suo blog.

Ma pure dentro Iv di Matteo Renzi – che pure ha proposto di raccogliere le firme per un referendum contro il reddito di cittadinanza, ma la cui raccolta firme, ad oggi, non è partita, ma che ora dice “rischiamo quesiti sovranisti” – Az di Carlo Calenda e tutto quel mondo liberal e moderato, ma orientato verso il centrosinistra, sta iniziando a essere molto, molto preoccupato.  

 

Le ‘voci’ dei giuristi vicini a Consulta e Colle

Anche molte, e tutte molto critiche, voci di esimi giuristi si sono levate, in questi giorni, contro quella che viene già chiamata la ‘democrazia del click’. Giovanni Maria Flick accusa i firmatari dei referendum di “dare picconate al Parlamento”, di “semplificazione eccessiva” e, appunto, di “democrazia da click”. Vladimiro Zagrebelsky ha parlato di “democrazia dei like sui social”. Cesare Mirabelli accusa la firma digitale di “sottoscrizione in bianco priva di contenuto”.

Si tratta di due ex giudici (Flick e Zagrebelsky) e di un ex presidente emerito della Consulta (Mirabelli), guarda caso, cioè di personalità, di certo insigni, ma assai vicini agli ‘umori’ della Consulta e, si presuppone, anche del Quirinale.

E, nonostante vi siano altri costituzionalisti (Giovanni Guzzetta, Andrea Pertici, etc.) più ‘giovani’ di età, ma non di esperienza, e, comunque, non giudici o ex della Consulta, che invece approvano la norma da poco introdotta, quella della firma digitale via Spid, resta il punto. Le molte voci che si sono levate per ‘eccepire’ contro l’uso – e il presunto ‘abuso’ – delle recenti raccolte di firme in calce agli ultimi quesiti referendari nascondono una ‘paura’ che, pare, alberga anche tra la Consulta e il Quirinale.

 

Il Pd dice ‘no’ al Green Pass e ‘ni’ sugli altri…

Non a caso, forse, Salvini e Meloni restano zitti, e muti, sull’argomento, come pure sui vari quesiti, mentre il Pd – contrario al referendum sull’eutanasia in modo ‘scoperto’ (“Meglio portare avanti la legge in Parlamento, un testo equilibrato” dicono i deputati del Pd) e, in modo ‘coperto’ a quello sulla cannabis (“rischiamo la droga libera” si dice al Nazareno, echeggiando concetti vicini a quelli salviniani), contrarissimi a quesiti sulla giustizia della Lega (“c’è già la riforma Cartabia, basta e avanza” ribattono), si espone, finora, direttamente con Enrico Letta, solo per dire un ‘no’ chiaro al paventato – ma molto difficile, come vedremo, che passi – referendum sul Green Pass: “Come partito ci riuniremo e valuteremo i quesiti uno per uno (la verità è che la decisione latita da mesi, ndr.) – dice il segretario – ma su quello sul Green Pass posso anticipare che non ci sarà il consenso”. Ma resta il problema di tutti gli altri, che pure ci sono, e – la primavera prossima – bisognerà pur votarli. Un bel busillis, cui il Pd ‘vuole’ porre rimedio…

 

La proposta del deputato Pd Stefano Ceccanti: innalzare le firme e abbassare il quorum

E, a cercare di porre rimedio al problema, ecco che arriva il deputato del Pd, ma di mestiere raffinato e vulcanico costituzionalista, Stefano Ceccanti. Di vecchia scuola cattolica e liberal, uno che pure dei referendum (quelli elettorali per introdurre il sistema maggioritario) fu, agli inizi degli anni Novanta, alfiere e tra i promotori, insieme a molti altri, Ceccanti ora propone di ‘limitarli’, o di ‘circoscriverne’ l’uso (e il presunto ‘abuso) con una doppia proposta che è già una sua proposta di legge e già depositata: innalzare il numero di firme necessarie per ottenere la possibilità di adire la Consulta, su ogni referendum abrogativo, da 500 a 800 mila firme, introdurre il controllo di costituzionalità della Corte stessa subito, dopo le prime 100 mila firme. E, come ‘contrappasso’, stabilire come quorum per la loro validità, non alla metà più uno degli aventi diritto al voto, ma alla metà più uno dei votanti alle ultime, e precedenti, elezioni politiche (per capirsi, se ha votato il 60% degli elettori, la soglia di validità del referendum sarebbe il 30%). Insomma, un rimedio ‘vaccinale’ contro i quesiti.

 

Il ‘rischio’ di un referendum ‘no Green Pass’

Ma che la ‘Grande Paura’ alberghi è un fatto. Lo dimostrerebbe l’ultima richiesta avanzata, in tema referendario, quello sul ‘no Green Pass’. Un quesito ‘prodotto’ dentro ambienti legati alla destra estrema e sovranista, oscillanti tra le pulsioni ‘anti-Green Pass’ di un pezzo di Lega salviniana, quella di Borghi, Bagnai e altri, le istanze ‘no Vax’ di mondi vicini agli ex M5s (quelli che, in Parlamento, stanno in l’Alternativa c’è), le pulsioni sovraniste e anti-europee di Gianluigi Paragone e delle sue liste ‘no-Euro’, ‘no-Pass’ e ‘no-Vax’, presenti nelle città al voto, e ambienti di destra radicale (Casa Pound, FN).

Un problema ‘politico’, dunque, in merito a un referendum che, però, va detto, presenta un quesito assai bislacco. Infatti, vuole intervenire su un decreto, quello sul Green Pass, che però è quello precedente a quello sul ‘Super Green Pass’ (il nuovo decreto legge che il cdm ha varato, ma deve ancora approdare in Parlamento per essere convertito in legge, quindi interviene su una norma che sarà ‘inverata’…). Formalmente, la nuova richiesta referendaria è stata promossa, finora, da un ‘comitato promotore’ di singoli (l’avvocata di Salerno Olga Milanese, il docente di diritto internazionale alla Sapienza, Luca Marini, e il professore di Filologia romanza a Bologna, Francesco Benozzo) e alcuni ‘garanti’ (il massmediologo, ex direttore di Rai 2, Carlo Freccero, e il magistrato Paolo Sceusa).

 

Un quesito referendario assai bislacco…

Una vera corsa contro il tempo, quella di questi ‘mattacchioni’ che rifiutano il certificato verde: la raccolte delle firme, salvo deroghe di un mese, deve essere depositata presso l’Ufficio centrale della Cassazione entro il 30 settembre, oltre al fatto che il quesito rischia di non superare affatto il vaglio di ammissibilità della Consulta.

Infatti, dato che il referendum si dovrebbe tenere, sempre che non si vada a elezioni politiche anticipate (in quel caso, tutti i referendum ‘saltano’, o meglio ‘slittano’), tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2022, ma non è affatto dato sapere se allora il Green Pass ci sarà e in che forma…

 

Stavolta, per firmare, i cittadini devono pagare

 Inoltre, ha notato sempre Fabozzi, sul manifesto, oltre al danno la beffa, per i novelli referendari: “per firmare dovranno pagare…”. Tre euro per la firma digitale e altri tre euro di marca temporale “perché – a differenza degli altri quesiti in corso di raccolta firma – non hanno fatto in tempo ad attivare la piattaforma (gratuita per i cittadini, ma a carico dei promotori) della identità digitale…”. In più, si sono mossi tardi: devono raccogliere 500 mila firme entro il 30 settembre, pochi giorni, e anche se arrivasse la deroga sarebbe di un mese.

Infine, è arrivato il ‘pateracchio’ pure sul quesito: il ritardo nella pubblicazione dell’ultimo decreto Covid del governo, quello che estende il Green Pass ai lavoratori del settore privato, ha tenuto fuori la norma più presa di mira dai novelli – e improvvisati – referendari della nuova destra.

Certo, restano quattro decreti da ‘cancellare’, ma di cui ben tre non sono ancora stati convertiti in legge dal Parlamento (colpa della ‘Casta’ e del Parlamento ‘lumaca’, si capisce…), la legge è già cambiata e, appunto, cambierà ancora, nota algido Fabozzi. E anche se l’avvocato Milanese sostiene che se cade – via referendum – il decreto originario, cade pure la legge di conversione, ma la Cassazione dovrebbe ‘spostare’ il quesito dalla prima alla seconda e, finora, non è mai successo.

 

La ‘norma Magi’ usata come un grimaldello

La verità è che il boom di firme e di raccolta firme sui quesiti è stato reso possibile da un emendamento, a prima firma Riccardo Magi – deputato ex radicale, oggi presidente di +Europa – che ha introdotto (secondo alcuni parlamentari dem “in modo surrettizio”, di certo con il parere contrario del governo, ma di certo anche con il sì di tutti i gruppi parlamentari i quali, poverini, forse non hanno capito bene cosa votavano…), all’interno dell’ultimo decreto Semplificazioni, approvato a luglio scorso, una norma facile facile, un ‘codicillo’ che permette ai cittadini di firmare i referendum tramite Spid o posta autenticata e di farlo, dunque, assai comodamente, da casa propria, senza neppure il fastidio di doversi recare ai soliti banchetti o nei pletorici e fumosi uffici comunali, dove ‘prima’ bisogna trovare l’ufficiale preposto e adatto e, poi, se si ha fortuna, firmare.

 

Magi: “il problema è l’inerzia del Parlamento”

Magi, ovviamente, difende la sua norma e – come tutti gli esponenti della galassia radicale, da Marco Cappato fino a Emma Bonino – dice, giustamente, che “sugli stessi temi oggi oggetto di referendum (cannabis, eutanasia, giustizia, ndr.) sono state presentate, negli ultimi dieci anni, decine di leggi di iniziative popolare, con ben più delle 50 mila firme necessarie, ma i principali partiti non hanno mai nemmeno voluto che si iniziasse l’esame di queste proposte. Su questo dovrebbe concentrarsi il dibattito per non risultare solo difensivo dell’immobilismo e contrario all’uso di strumenti, come la firma digitale, che possono rafforzare la partecipazione democratica e le stesse istituzioni parlamentari”.

L’autorevolezza del Parlamento viene minata soprattutto dal suo stesso immobilismo su grandi temi sociali che evidentemente stanno a cuore ai cittadini. Questo ci dimostra anche il successo del referendum sulla cannabis”, conclude Magi.

 

Il boom dei referendum presentati finora dice che il Paese reale è diverso da quello ‘legale’…

Il problema vero è, dunque, il rapporto tra Paese reale contro Paese legale e non l’uso – o quello che i partiti ritengono, a torto o a ragione, un ‘abuso’ – del boom delle firme sugli attuali referendum in campo (giustizia, eutanasia, cannabis, caccia, etc.) e su quella che ritengono la “grande, eccessiva” facilità con cui questi quesiti referendari hanno finora raccolto le loro firme.

Un vero e proprio boom, appunto, che vede già un milione di firme per i sei quesiti sulla ‘giustizia giusta’ promossi da Lega e Radicali. Un milione di firme per il referendum sull’eutanasia ‘legale’ promossi da un solo partito, sempre i Radicali, e un’associazione della galassia radicale, la ‘Luca Coscioni’, che da anni, per questo scopo, si batte con cipiglio. Oltre 500 mila firme, in neppure due settimane, per il referendum sulla legalizzazione della cannabis, promossi da un piccolo nugolo di partiti politici della sinistra radicale (SI, Prc, Possibile) e, ovviamente, sempre dalla galassia radicale.

Se partiti e movimenti così piccoli sono riusciti a raccogliere tre milioni di firme su tre referendum, qualcosa, ai nostri paurosi politici, dovrà pur dire. 

 

 

Photo Credits: Il primato nazionale

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