Politica

La crociata “del cambiamento” e i fantasmi della Restaurazione

12
Ottobre 2018
Di Redazione

Con l’approvazione della Nota di aggiornamento al Def da parte di Camera e Senato giunta nella giornata di ieri, il governo di Giuseppe Conte ha compiuto l’ultimo passo prima del varo della legge di Bilancio e nonostante la girandola di avvertimenti provenienti da Bruxelles, le tensioni sui mercati o i pareri contrari di Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di bilancio, Corte dei Conti, Istat e da ultimo anche Fmi. La scelta penta-leghista di non correggere i contestatissimi saldi di finanza pubblica si presta naturalmente a diverse chiavi di lettura e può suonare anche come un’autentica dichiarazione di guerra ora che il primo esecutivo populista nella storia d’Italia (e dell’Europa occidentale) sta per affrontare un momento davvero cruciale dell’attuale legislatura. Dopo aver vinto le elezioni sbaragliando due attori cardine del sistema partitico tradizionale come Pd e Forza Italia e aver inaugurato la propria esperienza di governo con alcuni provvedimenti e battaglie-simbolo dettati dal bisogno di segnare (nel bene e nel male) una profonda discontinuità con il passato, attualmente i nuovi protagonisti della politica italiana stanno facendo i conti con l’intenso fuoco di sbarramento scatenato su Palazzo Chigi e dintorni da chi ha perso centralità nel mondo politico-istituzionale repubblicano oppure influenza su esso. Nel mentre, un violento quanto articolato dibattito antepone critici della manovra finanziaria “del cambiamento” a quanti invece vi ravvisano il tentativo di dar forma a un coraggioso cambio d’impostazione nella politica economica del paese.

Senza voler discettare di virgole, decimali e percentuali oppure di interventi dai poteri taumaturgici, diremo in questa sede che forse la crociata indetta su più fronti dalla compagine gialloverde non merita un’aprioristica condanna. Giacché sono sotto gli occhi di tutti gli effetti di anni di politiche improntate al rigore dei conti e segnate dall’assenza di vere riforme per rendere il Paese più competitivo ed efficiente, al pari di interventi forse comprensibili sotto il profilo della stabilità finanziaria, certamente meno sotto quella sociale. Per non parlare delle fragorose disfunzionalità di quell’Unione Europea che pure pretende oggi di avere voce in capitolo sulla manovra finanziaria senza esser mai stata in grado di dar soluzione ai suoi tanti mali che, a cascata, finiscono poi per orientare in senso a lei avverso le scelte politiche degli stessi Stati membri. Il fatto però è che quando si sceglie di muovere guerra a tali e così tanti nemici, è bene affinare le armi più efficaci per avere reali speranze di vittoria. Che il ministro dell’Economia sia smentito in diretta dal titolare dell’Interno, ad esempio, non depone certo a favore delle ragioni dell’armata “del cambiamento”, per di più in un frangente in cui sarebbe necessario che l’esecutivo parlasse con una sola voce, possibilmente chiara, mettendo sul piatto tanti interventi di mediazione e persuasione. Il rischio è che a furia di gaffe, passi falsi e in assenza di alleati di peso, col tempo il fuoco di sbarramento si trasformi in un fuoco di soppressione, spezzando per sempre ogni velleità di cambiamento e preparando la strada al ritorno della Restaurazione. Magari tecnica.

 

Alberto de Sanctis

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