Politica

La ‘Grande pacificazione’ del nuovo Pd di Ellysondaggi, iscritti, presidenza a Bonaccini

11
Marzo 2023
Di Ettore Maria Colombo

I sondaggi sono quelli che sono, cioè buoni. Nella Supermedia Youtrend di questa settimana spunta quello che si può definire “effetto primarie”, ossia la crescita significativa (quasi 2 punti in 2 settimane) del Pd dalla sua elezione, con il Pd al 18,8 (+1,). Ne fanno le spese innanzitutto il M5S (-1,4%) e anche l’alleanza Verdi-Sinistra (-0,6%).

Poi c’è il sostegno di migliaia di nuovi iscritti, altro effetto inaspettato, quasi miracoloso. Riaperto il tesseramento il 6 marzo scorso, le nuove tessere staccate sono già 7.500 (erano quattromila dopo la prima giornata). Insomma, entusiasmo a piene mani da parte degli elettori (i sondaggi) come dagli iscritti (le tessere in più). Non a caso, si parla di “effetto Schlein”. In più, ci sono gli endorsment dei padri nobili eccellenti: Romano Prodi, Walter Veltroni e persino Carlo De Benedetti, che dice che “l’avrebbe votata”, anche se non l’ha fatto per colpa della moglie, che tifava Bonaccini. ecco, appunto, ieri arriva l’ultimo tassello che completa il quadro idilliaco. La neo-segretaria proporrà, domenica, all’Assemblea nazionale il suo sfidante, sconfitto alle primarie, come presidente del partito. Lo hanno deciso entrambi, di comune accordo, in una video-call che hanno tenuto ieri sera tardi e che però tanto semplice non è stata, visto che è durata oltre due ore. Il tema vero è la – teorica – “gestione unitaria” del partito, il solo tassello, ad oggi, davvero latitante e aperto fino a domenica. 

Magicamente, dunque, sembra, all’apparenza, almeno, che tutto vada bene, nel nuovo Pd. 

Il problema resta la “gestione unitaria” 

“Dopo quello che era successo nei gazebo non ci potevamo proprio permettere di creare divisioni o attriti. Nessuno avrebbe capito”, spiega un esponente del Pd vicino alla Schlein. Il Pd sembra così poter tirare un respiro di sollievo. Il problema è che, appunto, sono ancora molte le caselle che attendono di essere riempite, da quella della segreteria a quella dei capigruppo, ma il più sembra fatto. Una volta superato il passaggio più delicato, cioè la nomina di Bonaccini a presidente, tutto il resto, assicurano i deputati, arriverà a cascata. Già, perché ora che Bonaccini sarà confermato nel ruolo di presidente, che è un ruolo di garanzia, non si potrà più parlare di “minoranza” o di “maggioranza”, perché si dovrebbe arrivare, appunto, una guida “unitaria” del partito. Pertanto, si dovrebbe considerare archiviato il metodo tradizionale di divisione degli incarichi per quote di appartenenza. Il che è complicato. Un segnale di cambiamento, ovviamente, dovrà essere dato, ma senza fratture o enfasi particolari. In più, sempre per quanto riguarda i futuri assetti organizzativi, si fa presente che sarà difficile sostituire le attuali due donne, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, con due uomini alla presidenza dei gruppi di Camera e Senato (ipotesi probabile potrebbe essere quella di un uomo e una donna) e che comunque, per quanto si possa arrivare ad un’intesa tra i due big sul punto, alla fine l’ultima parola toccherà sempre ai deputati e ai senatori dem, dove i bonacciniani sono, almeno sulla carta, molti di più degli ‘schleiniani’. In pole, al momento, restano i nomi di Simona Bonafè, Michela de Biase e Giuseppe Provenzano alla Camera e di Francesco Boccia o Cecilia D’Elia al Senato. Sul fronte della segreteria, invece, sono in molti a scommettere che un ruolo di primo piano lo avrà Marco Furfaro e che ci sarà almeno un esponente di Art.1, la cui direzione ha dato il via libera alla procedura per rientrare nel partito Democratico. 

La lunga attesa di ieri per la video-call

In attesa che il quadro si completi, Elly Schlein, ieri prima ha incontrato la Commissaria Ue per l’Uguaglianza, Helena Dalli, in visita istituzionale a Roma, il Commissario per gli Affari Economici Paolo Gentiloni e Rosy Bindi. Poi, è andata a Colonna al funerale del senatore del Pd Bruno Astorre, tragicamente scomparso, e, solo al suo ritorno, si chiude al Nazareno per fare il punto con Bonaccini. Il quale ha dovuto attendere un giorno intero dopo altri giorni interi di attesa… “Una discontinuità nei comportamenti” dopo le primarie, dalle quali “è arrivato un’importante richiesta di cambiamento”, viene intanto invocata dalla coordinatrice degli amministratori della mozione Schlein Stefania Bonaldi che, a Radio Immagina, dice come sia “necessario un ricambio del personale politico, della classe dirigente”. 

Un “rinnovamento” però che “non è una rottamazione: pratica che abbiamo conosciuto in altre epoche e che ha segnato l’inizio del disfacimento del Pd”. Risolta almeno in parte la questione organizzativa del nuovo Pd, è ancora nebbia fitta, invece, per quella delle alleanze. Il fondatore di Azione, Carlo Calenda, ribadisce di essere ancora “distante” da Elly Schlein perché lei “ha una visione molto ideologica e semplicistica delle cose della vita”. Invece, i 5Stelle, all’inizio entusiasti della ‘novità Elly’, ora sono diventati guardinghi e sospettosi: il salasso di consensi pesa come un macigno e il ‘furto’ dei temi pure. 

I dubbi dei tifosi del governatore restano… 

Il problema resta la formula “gestione unitaria”. Parole che suonano come una conferma nell’analisi di parlamentari vicini al presidente dell’Emilia-Romagna: “Se si vuole fare una cosa ordinata, la soluzione migliore era quella della presidenza di Bonaccini”. Il ragionamento era che una carica di peso nella segreteria dem, come quella di vicesegretario, poteva essere d’ostacolo per la Schlein, che si sarebbe vista costretta a concordare ogni passo con il suo secondo, e pure per il governatore. “Difficile che Stefano accetti di essere vice qualcosa”, osservava un esponente dem di primo piano. Ma non era solo questione di orgoglio: con una carica di peso nell’esecutivo dem, Bonaccini avrebbe avuto le mani legate nell’esprimere una propria posizione su quei temi che lo potrebbero vedere non in linea con la segretaria e con la maggioranza del partito. Meglio la presidenza, dunque. Carica prestigiosa ed operativa, ma che lascia lo spazio per organizzare anche proposte politiche. Al contrario, la carica da vicesegretario comporterebbe più problemi che vantaggi, al presidente dell’Emilia-Romagna più che ad altri. 

Le possibili soluzioni per i nuovi capigruppo 

Ma, tra quanti hanno sostenuto Bonaccini al congresso, c’era anche chi nutriva perplessità. Il ragionamento è che la carica di presidente a Bonaccini, di fatto, chiudeva qualsiasi possibilità di entrare in segreteria e di incidere veramente nella gestione del Pd. Come ora sarà. Inoltre, si punta ancora a cercare di ottenere anche la presidenza di un gruppo parlamentare. Anche perché sembra che la segretaria non abbia intenzione di deviare dal percorso indicato: “unita’, ma nella chiarezza della linea politica”. E, quindi, sulla segreteria sarà lei a scegliere i profili che ritiene più indicati per ciascuna delega, così “dal restituire al Pd una connotazione politica precisa”. Stessa cosa vale per i capigruppo. Tanto Debora Serracchiani quanto Simona Malpezzi sono dirigenti stimate da Schlein, ma la leader dem sa anche che in Parlamento non gode della maggioranza di cui gode negli organi statutari. E sul lavoro dei gruppi parlamentari Schlein intende costruire tutta o quasi l’azione di opposizione al governo di Giorgia Meloni. Qualche assaggio si è avuto nella settimana che si sta per chiudere, con l’audizione di Piantedosi in Commissione, quando Schlein e le altre opposizioni ne hanno chiesto le dimissioni per il disastro di Cutro, e poi in Aula, con la dura reazione di Peppe Provenzano (uno dei papabili per il ruolo di capogruppo alla Camera) all’informativa del ministro. Per non parlare della difesa della legge sulle madri detenute o dello scontro con la maggioranza sull’elezione dei giudici speciali. 

Verso l’Assemblea nazionale di domenica 

Altra novità. Tornano i riti dell’assemblea dem dopo anni di riunioni in videocollegamento, prima, e in modalità ‘ibrida’ – in collegamento e in presenza – poi. Quella di domenica sarà la prima riunione interamente in presenza. Le ultime di questo tipo furono celebrate da Nicola Zingaretti, in quel dell’Ergife, nella sala interrata dell’hotel sulla via Aurelia. La stessa sala in cui risuonò quel “hai la faccia ocme il c…” di Roberto Giachetti contro Roberto Speranza che fu il prologo alla scissione dei renziani che facevano capo all’ex premier Renzi e che, più avanti, fondò Italia Viva, mentre prima, dal Pd di Renzi, se ne erano andati quelli di Articolo 1 di Speranza.

L’assemblea di domenica prossima sembra destinata a rimarginare quella ferita, anche in virtu’ di un congresso costituente che ha consentito un riavvicinamento, prima, e un lento ritorno alla casa madre dei compagni di viaggio di Articolo Uno, che già oggi condividono i seggi in Parlamento con gli eletti dem. Domenica l’appuntamento è alla Nuvola, una prima assoluta anche questa, un taglio netto con il passato che chiude il congresso 2023 del Partito Democratico. 

Il percorso seguito fino ad oggi

Un percorso iniziato nel mese di ottobre, dopo la sconfitta dei dem alle politiche del 25 settembre e il passo indietro dell’allora segretario Enrico Letta, che non si è dimesso ma non si è nemmeno ricandidato, rimanendo al Nazareno come “garante del percorso congressuale”. Una posizione di arbitro imparziale, dunque. Contemporaneamente, il segretario ha avviato una fase costituente del partito, con la nomina di un Comitato Costituente che aveva il compito di rivedere lo statuto e “rifondare” su nuove basi il partito stesso. Un lavoro portato a termine solo a metà, tanto che dopo il varo del nuovo manifesto – con strascichi polemici fra sinistra dem e area liberal riformista – Letta ha chiesto ed ottenuto di lasciare aperta la fase costituente, dando mandato alla nuova segreteria di portarla a conclusione. 

Il 21 gennaio, in ogni caso, è stato approvato lo statuto che, da lì in avanti, ha regolato il percorso congressuale. A partire dal congresso dei circoli. 

La gara nei circoli e quella nei gazebo

Si è trattato della prima fase congressuale, alla quale partecipano gli iscritti al partito, chiamati a pronunciarsi sulle mozioni, una per ogni candidato. Una novità, questa, rispetto a quanto accadeva fino a qualche anno fa, quando più mozioni potevano sostenere la stessa candidatura. A fidarsi sono stati Stefano Bonaccini, Gianni Cuperlo, Paola De Micheli ed Elly Schlein. Al termine della consultazione, il 19 febbraio, i votanti sono risultati essere 151.530. Il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini chiude nettamente in testa con il 52,8%. Elly Schlein risulta seconda con il 34,8. Più staccati Gianni Cuperlo e Paola De Micheli. Il primo decide di non sostenere alcun candidato, conquistando di diritto circa 20 delegati in assemblea. La seconda converge invece su Bonaccini. 

Parte da qui l’ultima fase del congresso, quella che ha portato alle primarie. Il confronto si fa serrato, i due candidati rimasti in campo per quello che può essere considerato un ballottaggio percorrono il Paese in lungo e in largo. Elly Schlein riempie le piazze e i teatri, un elemento che fa subito intendere che la partita era più che mai aperta. Alle primarie del 26 febbraio si afferma Schlein, ribaltando per la prima volta nella storia del Pd il risultato dei congressi nei circoli che, da statuto, servono a selezionare i migliori due candidati che accedono alle primarie aperte. Bonaccini ha conquistato la maggioranza degli iscritti, ma è Schlein ad affermarsi fra il popolo del Pd. Quel popolo che, come vuole lo statuto, si esprime con le primarie aperte a tutti, iscritti e non: basta una sottoscrizione di un minimo di due euro e la firma sulla carta dei valori dem per pronunciarsi. Ai gazebo si presentano un milione e 98 mila persone, un risultato soddisfacente soprattutto alla luce della sconfitta elettorale alle politiche, di quella alle regionali, del cattivo tempo che consigliava una domenica da divano e tv e dalla domenica ecologica indetta a Roma. Schlein ottiene 587.010 voti (53,75%), Bonaccini 505.032 (46,25%). In virtù di questi numeri, a Elly Schlein andranno 333 delegati in assemblea su 600, mentre 267 saranno quelli per Bonaccini. 

Un vantaggio di misura, dunque, sul quale peseranno anche i membri di diritto dell’assemblea del Pd, di cui fanno parte, per Statuto, “I segretari fondatori del Pd, gli ex segretari nazionali del Pd iscritti, gli ex Presidenti del Consiglio iscritti, i segretari regionali, i segretari provinciali, i segretari delle federazioni all’estero, delle città metropolitane e regionali, la Portavoce della Conferenza nazionale delle donne, i coordinatori Pd delle ripartizioni estero, il segretario dei Giovani Democratici”. E ancora: “Cento tra deputati, senatori ed europarlamentari aderenti al partito indicati dai rispettivi Gruppi. I sindaci delle città metropolitane, dei comuni capoluoghi di provincia e di regione e i presidenti di regione iscritti ed in attualità di mandato”. L’assemblea nazionale è infine integrata da un numero variabile di componenti, espressione delle candidature alla Segreteria nazionale, non ammesse alla votazione presso gli elettori. Si tratta dei venti membri della mozione Cuperlo. 

Quali sono i compiti dell’Assemblea nazionale

L’assemblea elegge il presidente, che è anche presidente del partito, su indicazione del segretario. E sempre l’assemblea elegge la Direzione nazionale. Si tratta di un organo d’indirizzo politico che svolge le sue funzioni con il voto a maggioranza assoluta su mozioni e ordini del giorno. E’ composta da centoventiquattro membri. Sessanta eletti dall’assemblea nazionale con metodo proporzionale e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all’assemblea nazionale della circoscrizione estero. Sessanta indicati dai livelli regionali, compresa la circoscrizione estero, tra amministratori locali e rappresentanti delle federazioni provinciali e dei circoli, “nel rispetto del pluralismo politico, congressuale e della rappresentanza di genere”, recita lo statuto. Equilibri che dovrebbero ricalcare quelli dell’assemblea visto che anche le assemblee territoriali, in virtù delle ‘convenzioni’ che ne legano la composizione all’assise nazionale. Assemblea nazionale, direzione nazionale e presidente del Partito, dunque, scaturiranno tutti dalla riunione di domenica. Nella seconda parte della giornata si eleggerà la direzione nazionale e il tesoriere. Ruoli ‘veri’. Quelli in cui la Schlein farà la parte del leone. 

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