Politica

Il 2022, l’annus horribilis del Pd tappa per tappa

30
Dicembre 2022
Di Ettore Maria Colombo

Primarie, iscritti, voti. Il collasso rosso del Pd
È stato davvero un annus horribilis, il 2022, per il Pd. Un anno, sinceramente, da dimenticare. Forse, invece, il 2023, sarà l’anno della rinascita, grazie alle primarie, specie se quelle ‘aperte’ del 19 febbraio porteranno ai gazebo più di un milione di votanti, ma nessuno si sente di scommettere, in tutta sincerità, su questa cifra. Cifra che, in ogni caso, resterebbe assai lontana dal milione e 600 mila votanti che videro eleggere Nicola Zingaretti alle primarie del 2019. Per non tornare troppo indietro (i 3 milioni e 500 mila votanti che elessero segretario Veltroni nel 2007), anche le primarie del 2017, rivinte da Matteo Renzi, sembravano aver toccato il punto più basso di partecipazione, rispetto ai 2 milioni e 800 mila del 2013, vinte dallo stesso Renzi. Un calo di partecipazione pesantissimo che si affianca a quello, ancora più pesante, del tesseramento. Gli iscritti al Pd erano 831 mila alla sua nascita (2007) e si sono tenuti intorno ai 500/600 mila iscritti negli anni seguenti per poi iniziare a calare – in modo significativo – nel 2014 (anno della scalata di Renzi alla segreteria) quando già erano tracollati a 378 mila per poi risalire fino ai 412 mila del 2019 (anno di primarie, appunto) e scendere ai 320 mila del 2021. Oggi, pur senza avere in mano dati ufficiali, le stime sono risibili: 50 mila tesserati, di cui 10 mila on-line. Se anche crescessero, grazie ai nuovi iscritti che sempre arrivano quando ci son di mezzo nuove primarie, potrebbero – questa la previsione – arrivare al massimo a 90 mila. Una cifra da profondo rosso.

Ovviamente, anche i risultati elettorali del Pd sono stati, nel corso degli anni, una corsa al ribasso: dal 33,2% delle Politiche 2008 al 25,4% del 2013 al 18,7% delle Politiche del 2018 (il peggior risultato della sinistra in tutta la sua storia) fino al 19,07% delle recenti elezioni, con una sola, inarrivabile, parentesi, il famoso 40,8% delle elezioni europee del 2015, una rondine (all’epoca c’era Renzi) che non fece primavera. In ogni caso, alle Politiche 2022, appena 5 milioni e 300 mila voti validi, una goccia nel mare rispetto ai 12 milioni di voti del 2008.

Il Pd che, dunque, si accosta alle sue nuove elezioni primarie, dopo cinque congressi e ben 11 segretari (alcuni, come l’ultimo, Enrico Letta, non eletti nelle primarie ma in Assemblea nazionale), è un partito a rischio scomparsa o spegnimento. Un partito che rischia, seriamente, di fare la fine dei socialisti francesi o greci, cioè di scomparire. Forse, le primarie a quattro (Bonaccini-Schlein-De Micheli-Cuperlo) ne rivitalizzeranno la storia, portando nuova linfa, ma il problema di rischiare una fine ingloriosa, ad appena 15 anni dalla sua nascita, è concreto e reale anche nelle menti dei suoi attuali protagonisti alla corsa alla segreteria. Qui, però, non vogliamo parlare dei diversi posizionamenti nella contesa congressuale, tema più volte affrontato, su queste colonne, ma proprio dell’anno ‘orribile’ che il Pd sta per lasciarsi – si spera per sempre – alle sue spalle.

La rielezione di Mattarella, una semi-vittoria
Un anno sulle montagne russe, cominciato con la rielezione di Sergio Mattarella e terminato con il Qatargate. In mezzo, appunto, il crack, cioè il momento in cui la marcia fino ad allora trionfale (almeno a livello di partecipazione al governo di cui ha fatto parte in modo ininterrotto, tranne la parentesi del 2018-2019, dal 2013 fino al 2022) del Pd si è arrestata: la caduta del governo Draghi, il 20 luglio 2022. Politicamente parlando, l’inizio dell’anno per Enrico Letta è coinciso con la difficile partita del Quirinale. In campo, all’inizio, sembrava esserci il solo nome dell’allora premier, Mario Draghi. Ma nel giro di una settimana l’ex governatore della Bce da papa si è ritrovato cardinale e nei conciliaboli tra i leader della larghissima maggioranza che sosteneva il governo cominciavano ad emergere quelle spaccature e quegli assi trasversali che sarebbero risultati fatali all’esecutivo pochi mesi dopo. Parliamo dei giochi di sponda fra Luigi Di Maio e il Pd, da una parte, e fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, dall’altra. I faccia a faccia tra Conte e Salvini, in particolare, producono a un certo punto la proposta di candidare Elisabetta Belloni, nome ‘impallinato’ dalla componente di M5s vicina a Luigi Di Maio – e che qualche mese dopo avrebbe prodotto la scissione nel M5s – mentre un pezzo importante del Pd, nella sua ‘pancia’ parlamentare, voleva il bis di Mattarella. Infatti, a sorpresa fu il segretario dem, Letta, a chiedere ai grandi elettori dem di “assecondare la saggezza del Parlamento” che, in quelle ore indicava, voto dopo voto, il nome di Mattarella. Una rielezione del Capo dello Stato che Letta aveva subito, per poi agevolare e che, almeno all’inizio, sembrò mettere il vento in poppa ai dem. In ogni caso, all’ottava votazione, dopo la rottura che si consuma all’interno del centrodestra, Mattarella viene eletto con 759 voti su 1009 grandi elettori, risultando il secondo Presidente eletto più votato della Repubblica, dopo Sandro Pertini (eletto con 832 voti su 1011).

Letta esulta e festeggia in Transatlantico con Giuseppe Conte. I due si abbracciano sorridenti e si danno il cinque e lo stesso fanno i parlamentari di entrambi gli schieramenti, quasi a suggellare un’intesa che si pensa possa essere la carta vincente da giocare poi alle elezioni politiche che allora si pensavano in programma solo nel 2023.

La guerra in Ucraina rimescola tutto, poi arrivano le amministrative e il Pd le vince…
Ma il 24 febbraio arriva la guerra in Ucraina a rimettere tutto in discussione. La posizione del Pd è immediatamente quella dell’intransigenza nei confronti di Mosca. Quindi, sanzioni a livello Ue e diversificazione dei fornitori di energia, gas e petrolio. Ma soprattutto: sostegno totale al governo di Kiev e alla resistenza ucraina, compreso l’invio di equipaggiamenti militari.

Una posizione che, però, traccia subito un solco fra Pd e M5s, oltre che con il pacifismo radicale. Con Giuseppe Conte il dialogo di Letta, in realtà, continua e l’alleanza sembra reggere, sebbene i due schieramenti si continuino a guardare con sospetto, data anche la consapevolezza di parlare alla stessa fetta di elettorato. In vista delle amministrative di primavera, il responsabile Enti Locali del Pd, Francesco Boccia, si fa promotore di alleanze nei singoli comuni che interessano Pd, M5s ma anche liste civiche e che, alle urne, risultano vincenti. Il 12 giugno, al termine dei ballottaggi (le amministrative coinvolgevano 975 comuni, dei quali 26 capoluogo), il Pd esce vittorioso in comuni in cui non governava come Parma, Monza, Verona, Catanzaro. Un successo oltre ogni aspettativa, per Letta che pensa di poter guardare con ottimismo al futuro e alle politiche.

Invece, dalle parti del M5S, si registrano i primi malumori: i pentastellati soffrono nei voti di lista e stentano ad emergere dove si presentano da soli.

Il solco tracciato da Conte sulle armi all’Ucraina diventa una voragine soprattutto per la guerra interna al M5s fra Conte e Di Maio. Il 18 giugno, infatti, la bozza di risoluzione di maggioranza del M5s mette in fibrillazione il governo. In essa si chiede all’esecutivo di non procedere a un ulteriore invio di armi e di riferire puntualmente al Parlamento prima di ogni altra decisione riguardante l’impegno dell’Italia in Ucraina. Una posizione che mette in allarme il ministro Di Maio e anche il Pd. Il testo della risoluzione approvata infine dal Parlamento è il frutto di una mediazione lunga e complicata portata avanti proprio dai dem, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enzo Amendola in prima fila, raggiunta dopo l’intervento di Draghi. Ma l’impegno non avrà buon esito e sfibra i dem, dove l’insofferenza verso i 5Stelle inizia a montare sempre di più. La crisi di governo era stata solo rinviata. Il 21 giugno, Luigi Di Maio lascia il Movimento 5 Stelle per fondare Insieme per l’Italia. Enrico Letta, dallo studio di Porta a Porta, non si dice sorpreso: “Noi abbiamo una certa esperienza di scissioni”, ricorda. E aggiunge: “Io sono massimamente rispettoso dei travagli delle altre forze politiche, spero soltanto che tutto questo non vada a vantaggio del centrodestra, che è già avvantaggiato ai ballottaggi e alle prossime elezioni. Spero che ognuno giochi la partita il più efficace possibile”.

La crisi del governo Draghi crea una frattura insanabile tra Pd e 5S. Il campo largo si rompe
Ma la speranza del segretario che, proprio in quei giorni vede levitare il consenso del Pd, risulta mal riposta. Un mese dopo, Conte innesca la crisi di governo sul termovalorizzatore di Roma annunciato dal sindaco Roberto Gualtieri e inserito nel decreto Aiuti del governo. Si tratta, ovviamente, di un mero ‘casus belli’ perché i rapporti fra leader M5s e premier sono ai minimi storici ormai da tempo. Conte, ancor prima dello strappo in Senato, aveva inviato al premier un memorandum in cui segnalava nove punti irrinunciabili dell’azione di governo per il M5s, ma dove non c’era neppure, il termovalorizzatore. Letta cerca di mediare, rimarca il lavoro del Pd, con Andrea Orlando, per aprire un tavolo con i sindacati sul salario minimo, norma compresa nei novi punti di Conte. Il 21 giugno, tuttavia, al Senato si consuma l’ultimo atto del governo Draghi. Letta accorre a palazzo Madama, dove è presente anche il ministro Dario Franceschini. Le trattative con M5s sono fittissime. Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico d’Incà, fa da spola tra gli uffici del M5s e quelli del Pd. Dem e governisti M5s sperano che Conte approfitti della scelta di Salvini e Berlusconi di chiudere all’ipotesi di un Draghi 2 per rientrare al governo. Invece Conte corre dritto per la sua strada e Draghi si dimette. Il Pd, a questo punto, è chiamato a scegliere. E il segretario Enrico Letta lo fa immediatamente. Quella con Conte è “una rottura irreversibile” annuncia in modo grave.

Il rapporto tra Pd e M5S si rompe bruscamente. Letta accusa gli ex alleati di aver fatto un favore alla destra e anticipa che alle elezioni i dem non potranno allearsi con chi ha contribuito alla caduta del Governo. Conte va al contrattacco e il campo largo viene archiviato in malo modo.

Si va al voto anticipato, ma il Pd è semi-solo…
Si apre, di fatto, una campagna elettorale anticipata con urne fissate il 25 settembre che il segretario Letta imposta sul duello bipartitico fra lui e Giorgia Meloni, data come favorita per Palazzo Chigi. Una dicotomia che i manifesti dem ribadiscono anche nei contenuti: “Scegli” è il claim della campagna, con le alternative “Con Putin/Con l’Europa”, “Più condoni/Meno tasse”. Ma è sul capitolo alleanze che il Pd perde le elezioni prima ancora di iniziare a combattere. Conte decide di presentarsi da solo, consapevole che facendosi chiudere nel recinto dell’alleanza giallorossa potrebbe forse fermare l’avanzata delle destre, ma favorendo i voti di lista al Pd a scapito dei voti al suo M5s. E tra fermare Meloni ed ottenere un risultato migliore, seppure all’opposizione, Conte preferisce la seconda via. E, soprattutto, Letta deve fare a meno anche di Calenda che, nel giro d 24 ore, passa dall’accordo siglato con il Pd e sigillato con un bacio sulla guancia al segretario dem, allo strappo per correre con il nascente Terzo Polo, in tandem con Renzi. In campagna elettorale i dem si ritrovano spesso sotto il fuoco incrociato degli ex alleati di M5S e Terzo polo mentre i rosso-verdi, pur alleati del Pd in cambio di posti sicuri, non aiutano e fanno la campagna per conto loro.

Alla fine, il Pd con il campo ristretto della sua lista “Italia democratica e progressista”, nella quale sono presenti anche Articolo Uno e Demos, oltre al Psi, si attesta 19,1 per cento, sotto la soglia psicologica del 20 per cento che avrebbe consentito di parlare di “non sconfitta”. Così, invece, Letta è costretto a una presa di posizione. Ma commette un errore capitale. Non si dimette, in modo irrevocabile, subito, ma annuncia che guiderà il Pd solo fino all’elezione della nuova segreteria, prevista per marzo, dando quindi il segno di una continuità con la sconfitta elettorale.

Il braccio di ferro sui tempi delle primarie
Comincia un braccio di ferro interno al partito, con Letta a fare da garante e mediatore, fra chi vuole anticipare l’appuntamento con i gazebo e chi lo vuole rinviare. Il segretario vorrebbe stringere i tempi, ma si rende conto che al partito serve un rinnovamento interno più profondo. Avvia la fase costituente, con un timing molto serrato, per arrivare al voto il 12 marzo, ma commette un altro errore: i tempi della politica non rispettano più i tempi del congresso dem, tutto corre in fretta e gli stessi militanti e dirigenti scalpitano e chiedono una nuova accelerazione. Alla fine, Letta arriva a un nuovo compromesso: primarie il 19 febbraio. Il congresso può partire, seppur tra mille incognite. In campo, all’inizio, c’è il solo Stefano Bonaccini, sostenuto dall’ala liberal del Pd, con Base Riformista di Lorenzo Guerini in prima linea. Si aggiungono poi sindaci come Dario Nardella e Antonio Decaro. Matteo Ricci annuncia la sua discesa in campo, salvo poi convergere su Bonaccini per “portarne la barra a sinistra”. La grande attesa alle primarie diventa Elly Schlein, paladina dei diritti e salita agli onori delle cronache come “anti Meloni” per il discorso di fuoco tenuto il 23 settembre a Piazza del Popolo: “Sono una donna, non sono una madre. Ma non per questo sono meno donna”. Con lei si schiera, in pratica, quasi tutta la sinistra dem e Dario Franceschini che rompe Area dem. Gli altri due contendenti che scendono in campo sono due outisder: Paola De Micheli, ex lettiana, e Gianni Cuperlo, della sinistra più ortodossa.

L’ultima tegola. Scoppia il Qatargate…
E’ in questo contesto che, però, piomba come un macigno il caso Qatargate. Il Pd, dapprima, ne è solo sfiorato e le prime reazioni sono timide e prudenziali. In fondo, l’ex europarlamentare Antonio Panzieri, intorno cui ruota lo scandalo, non è del Pd, ma era un iscritto di Articolo 1, provano a difendersi i dem, senza capire che, nell’immaginario collettivo, è la sinistra europea e quella italiana a finire nella gogna mediatica. Poi, quando l’inchiesta coinvolge l’europarlamentare dem Andrea Cozzolino, Letta riunisce d’urgenza la commissione di garanzia del partito e sospende Cozzolino. E questa diventa la linea dura che i dem vogliono tenere da qui in avanti, ma è tardi. “Il Pd ha dato una risposta ferma ed inequivocabile allo scandalo scoppiato a Bruxelles”, dicono dal Nazareno, ma, ormai, il Qatargate è diventato ‘lo’ scandalo della Sinistra, anche al di là delle colpe dei singoli parlamentari.

Il 2022 del Pd è stato, dunque, un anno di travagli interni, di sconfitte, più che di vittorie, e di una identità che si è sempre più persa. Infatti, il 2023 si apre “alla ricerca di un’identità chiara” persa – per ammissione di tutte le anime dem – proprio a causa per i troppi anni trascorsi al Governo senza aver mai vinto le elezioni e delle troppe divisioni.

Intanto, in vista delle primarie, si alzano pure i venti di una ennesima e forse definitiva scissione. Il Pd, stavolta, può soltanto o rialzarsi o perire.