Politica

I tasselli che ancora mancano al caso Moro: nuova Commissione d’inchiesta li cercherà

09
Maggio 2024
Di Ilaria Donatio

L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia venne pubblicato nell’autunno del 1978, mentre ribollivano le polemiche sul caso Moro: “Potrebbe essere letto”, scrisse  il grande scrittore siciliano, “come opera letteraria ma l’autore (parlava di sé alla terza persona) – in quanto membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’“affaire” – ha continuato a viverlo come opera di verità”. Tanto che nella sua ristampa, nel 1983, aggiunse al testo la relazione di minoranza presentata in Commissione e al Parlamento.

Il convegno “Affaire Moro”
Quarantasei anni dopo l’assassinio di Aldo Moro – di cui ricorre oggi, giovedì 9 maggio, l’anniversario – l’affaire Moro non può dirsi ancora chiuso: per questo sono state “prese in prestito le parole di Sciascia”, spiega Federico Mollicone (Fdl), presidente Commissione Cultura della Camera, che ha promosso al Centro Studi Americani un convegno che si è svolto martedì 7 maggio, “Affaire Moro. Verso una nuova commissione d’inchiesta sul caso Moro, stragi e terrorismo”, che ha visto la partecipazione di Roberto Sgalla (direttore Centro Studi Americani), Maria Antonietta Calabrò (giornalista), Paolo Messa (fondatore di “Formiche”), Giuseppe Fioroni (già presidente della commissione di inchiesta parlamentare Moro II), Francesco Grignetti (giornalista), Gian Paolo Pellizzaro (giornalista), Fabio Morgan (rappresentante dell’archivio Giansanti) e Piero Corsini (giornalista).

Mollicone: trovare i tasselli di questo affresco ancora incompleto
“È necessario andare a trovare i tasselli di questo affresco ancora incompleto e farlo con uno spirito bipartisan”, ha dichiarato Mollicone, “al di là degli odi contrapposti del passato, per trovare finalmente la verità. Non a caso abbiamo utilizzato il titolo scelto da Leonardo Sciascia ‘l’Affaire Moro’ proprio per sottolineare questa necessità di rappresentare una verità che non sia ‘una’ verità, ma la verità effettiva di quello che è accaduto all’onorevole Aldo Moro e alla sua scorta e di quello che è successo in quegli anni”.

E ha proseguito: “Nel corso degli anni, anche in sede istruttoria e processuale, è stata avanzata l’ipotesi che a sparare la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani sia stato un killer esperto con addestramento militare di altissimo livello, capace di mettere a segno in 90 secondi non meno di 49 colpi. Ulteriori dubbi sulla versione dei fatti accreditata da alcuni ex brigatisti, in particolare da Valerio Morucci nel suo cosiddetto Memoriale – ha spiegato – sono emersi negli anni circa la presenza, sempre in via Fani, di una moto Honda con due persone in sella, che avrebbero partecipato attivamente all’agguato. I relatori di oggi cercheranno, ciascuno dalla sua personale prospettiva, di illuminare meglio la scena del delitto che ha destabilizzato la storia dell’Italia repubblicana. Sono ancora troppe le zone d’ombra, le omissioni, le reticenze e le vere e proprie falsità raccontate dai brigatisti direttamente coinvolti nel caso”. 

La terza Commissione d’inchiesta Moro
Non sarà solo una Commissione Moro III”, chiosa Mollicone, perché “se vogliamo capire realmente cosa è accaduto col sequestro e uccisione di Moro, dobbiamo riavvolgere il nastro e risalire al dopoguerra per capire che l’Italia non era soltanto il luogo delle stragi, ma lo scacchiere europeo della guerra fredda tra forze dell’Est e dell’Evest. La Commissione – che sarà monocamerale per garantire lavori più snelli – è stata già incardinata presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera e dovrà essere chiamata in Aula per entrare in vigore già il prossimo autunno”. E ha concluso: “Grazie alla commissione Fioroni è stato fatto un lavoro su alcuni filoni investigativi rimasti pendenti . Ma occorre un ulteriore sforzo di indagini, per mettere sul tavolo questioni ancora aperte”.

Messa: i due blocchi che oggi come allora si contrappongono
“Certo, si deve collocare questa tragedia di Stato entro un contesto storico più ampio e complesso”, ha riflettuto Paolo Messa, fondatore di Formiche, “quello che sì parte dal dopoguerra ma che non si esaurisce né con l’omicidio Moro né con la guerra fredda: e cosa unisce questi decenni che per noi sono stati di pace e di prosperità? Il fatto che si siano contrapposti – prima in maniera esplicita, poi meno – fino ai giorni d’oggi, due grandi blocchi: quello occidentale e il blocco sovietico, ad Oriente, comunista per sua stessa ammissione. Ancora oggi, questa contrapposizione esiste anche se le tecniche sono cambiate: non si vede più l’attività terroristica del passato, ma riscontriamo tecniche diverse che hanno a che fare con la disinformazione e la propaganda. E non c’è dubbio che la Dc di allora avesse fatto una scelta di posizionamento strategico, quella di stare col blocco occidentale”.

Fioroni: i due enormi problemi della Commissione Moro
Presente anche Giuseppe Fioroni, già Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro: “È importante costituire una tersa Commissione sul caso Moro. Questo perché la Commissione Moro (che lui presiedeva, ndr) è stata afflitta da due enormi problemi: un depistaggio costante che ha abituato l’opinione pubblica a leggere libri su libri e opere cinematografiche che di fatto – essendo produzioni artistiche che non devono dunque essere né vere né verosimili – hanno disinformato.

Noi, come Commissione, abbiamo desecretato tutto: quello che non abbiamo  potuto desecretare per legge, è stato consegnato alle Procure della Repubblica che dovranno decidere se andare avanti o meno. Occorre mettere un punto, dunque”.

“L’altro problema”, conclude Fioroni, “è rappresentato da un grave peccato di omissione, perché quando chiedono “Ma chi l’ha ammazzato Moro, le Brigate Rosse?”. Sì, le Brigate Rosse, occorrerebbe rispondere” con nettezza. “Ma la domanda a cui rispondere è un’altra: tutti quelli che sapevano e potevano sapere, hanno detto qualcosa? E la risposta è no, e questo è stato un peccato di omissione gravissimo”.

La mostra: foto provenienti dall’Archivio Giansanti
In mostra al Centro Studi Americani – la cui sede è proprio in via Caetani dove avvenne il ritrovamento di Moro – una quarantina di foto provenienti dall’Archivio Giansanti, tra cui i celebri scatti che hanno immortalato il momento in cui fu scoperto il corpo di Moro all’interno del portabagagli della Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. Mollicone ha quindi rivolto il suo plauso a Civita Mostre e Musei e all’Archivio Giansanti per “questa mostra multimediale. Giansanti fu il primo ad arrivare in via Caetani, questo gli permise di scattare le foto che fecero il giro del mondo e diventarono l’icona stessa del ritrovamento dell’onorevole Moro. Questa mostra è anche una mostra drammatica perché ci sono scatti dell’agguato e dei corpi. Immagini dure, difficili, molte neanche pubblicate. Abbiamo pensato che mostrarle potesse far entrare nel clima dell’Affaire Moro e di quello che ha rappresentato nella storia repubblicana”.