Politica

Finanza pubblica, investimenti e grandi opere: la strategia economica per il 2026 tra credibilità europea e crescita strutturale

15
Gennaio 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato per L’Economista, inserto de Il Riformista)
Il 2026 si apre con una linea di politica economica che punta a superare la contrapposizione tra rigore e crescita. Alessandro Morelli, Sottosegretario alla Programmazione economica, spiega: «Credibilità europea, investimenti pubblici, Pnrr e grandi opere diventano i cardini di una programmazione orientata allo sviluppo strutturale del Paese».

Quali sono i principali fattori che consentono all’Italia di affrontare il 2026 con un quadro di finanza pubblica più stabile?

«L’Italia affronta il 2026 con un quadro di finanza pubblica più solido grazie a una linea di politica economica chiara, fondata sulla credibilità del percorso di bilancio e sul superamento della tradizionale contrapposizione tra rigore e crescita. Il rientro del deficit sotto il 3% del PIL avviene senza tagli lineari o manovre recessive, preservando una composizione della spesa favorevole a occupazione e sviluppo e rafforzando il rapporto con i mercati e con le istituzioni europee. La manovra non ha un’impostazione di austerità: sostiene la domanda interna attraverso la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, la detassazione dei premi di produttività, le misure sul lavoro notturno e festivo e la tassazione agevolata degli aumenti salariali legati ai rinnovi contrattuali, ampliando al contempo la base imponibile. In questo quadro torna centrale il ruolo degli investimenti pubblici, che dopo oltre un decennio risultano stabilmente positivi non solo grazie al PNRR, ma anche attraverso strumenti come Industria 5.0, la ZES unica e i meccanismi di iperammortamento, con effetti strutturali sulla crescita potenziale e sulla sostenibilità del debito. La conciliazione tra investimenti strategici e rientro del debito passa dunque dalla credibilità, riconosciuta dai mercati con uno spread BTP-Bund intorno ai 70 punti base e certificata anche dalle valutazioni delle agenzie di rating. Il ritorno del rapporto deficit/PIL al 3% consente di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo con un anno di anticipo; la sfida ora è mantenere nel tempo questa disciplina, evitando nuove deviazioni e consolidando una traiettoria di finanza pubblica stabile e orientata alla crescita».

Le delibere CIPESS del 2025 hanno rafforzato il ruolo degli investimenti pubblici: quanto peseranno queste scelte sulle prospettive di crescita del 2026?

«Il CIPESS rappresenta un ingranaggio essenziale della politica economica e degli investimenti. Nel solo 2024 gli investimenti infrastrutturali pubblici deliberati o abilitati hanno raggiunto circa 16,5 miliardi di euro, che diventano circa 39 miliardi considerando fondi privati, aggiornamenti dei PEF delle concessioni autostradali, partenariati pubblico-privati, investimenti ENAV e il Contratto di Programma di ANAS. Questa massa critica genera effetti moltiplicativi sull’economia reale e sostiene la crescita oltre il breve periodo. Il dato più rilevante è la capacità di attrarre capitale privato: il settore pubblico non sostituisce il mercato, ma lo abilita. La riforma del Fondo di Garanzia per le PMI, il rafforzamento degli strumenti SACE – con coperture fino a 74 miliardi nel 2025 – e l’azione di SIMEST hanno ridotto il rischio percepito dagli investitori. Anche la transizione energetica, con garanzie SACE già concesse per 12,5 miliardi, dimostra di poter essere un fattore di attrazione dei capitali».

Il PNRR entra ora in una fase cruciale di attuazione e rendicontazione: quali sono i rischi principali da evitare nel passaggio dal 2025 al 2026?

«Il passaggio tra il 2025 e il 2026 è il momento più delicato del PNRR, perché coincide con la fase di chiusura effettiva e di messa a terra degli investimenti. L’Italia arriva a questo appuntamento in una posizione di forza: il pagamento dell’ottava rata da 12,8 miliardi e la richiesta della nona confermano l’avanzamento regolare del Piano. Con 153,2 miliardi già ricevuti, pari al 79% della dotazione complessiva, l’Italia è oggi il Paese più avanzato in Europa, a fronte di una media UE intorno al 60%. Il rischio da evitare è confondere la dinamica della spesa con il raggiungimento di milestone e target. Le revisioni del Piano operate nel 2023 e nel 2025 hanno reso la programmazione più concentrata ed efficiente, consentendo di rispettare tutti gli obiettivi concordati con la Commissione. La sfida finale è accompagnare gli effetti del PNRR oltre la sua scadenza, integrandolo nella programmazione ordinaria. In questo quadro, il partenariato pubblico-privato, rafforzato dal Codice dei Contratti Pubblici del 2023 e dal Correttivo, è uno strumento strategico per mobilitare capitali e competenze».

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano uno dei principali cantieri economici del Paese: quale sarà l’eredità in termini di infrastrutture, sviluppo territoriale e ritorno economico?

«Milano-Cortina 2026 non è solo un grande evento sportivo, ma un vero progetto-Paese, concepito fin dall’inizio per lasciare un’eredità concreta e duratura ai territori coinvolti e all’intero sistema nazionale. Le stime indicano un impatto complessivo di 5,3 miliardi di euro su Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige: 1,1 miliardi di spesa turistica durante i Giochi, 1,2 miliardi nei 12–18 mesi successivi e circa 3 miliardi di valore infrastrutturale tra opere di mobilità, rigenerazione urbana e ammodernamento dei collegamenti. La differenza sostanziale rispetto a grandi eventi del passato sta proprio qui: non una “spesa per due settimane”, ma investimenti che migliorano nel tempo accessibilità, qualità urbana, sicurezza delle infrastrutture, capacità ricettiva e attrattività internazionale dei territori. Milano-Cortina rafforza il posizionamento dell’Italia come destinazione turistica e sportiva di alto livello e contribuisce a valorizzare aree montane e interne, integrandole maggiormente nei circuiti economici e infrastrutturali nazionali ed europei. L’eredità dei Giochi, quindi, non si esaurisce nel 2026, ma si traduce in maggiore competitività territoriale, sviluppo sostenibile e nuove opportunità economiche per imprese e comunità locali».

Sul fronte delle grandi opere, il Ponte sullo Stretto incarna una scelta di politica economica: in che modo si inserisce nella strategia complessiva di sviluppo del Mezzogiorno?

«Il Ponte sullo Stretto è una scelta strutturale di politica economica che si inserisce pienamente nella strategia di sviluppo del Mezzogiorno e nel ridisegno della mobilità nazionale ed europea, lungo il Corridoio Scandinavo-Mediterraneo. Supera una discontinuità infrastrutturale storica, riducendo i tempi di attraversamento da ore a pochi minuti e rendendo affidabili i collegamenti ferroviari e stradali, in particolare per il traffico merci. Gli effetti attesi nel medio periodo sono rilevanti: circa 100.000 posti di lavoro tra diretti e indotto, 2,9 miliardi di euro annui di incremento di ricchezza e un impatto stabile sul PIL. Il Ponte non è un’opera isolata, ma attiva investimenti complementari su strade, ferrovie, alta velocità e nodi urbani per circa 70 miliardi di euro entro il 2032».

Quanto è centrale per l’Italia rafforzare la programmazione economica di medio periodo, evitando interventi frammentati?

«In un contesto di rallentamento europeo e di crescente competizione globale, rafforzare la programmazione economica di medio periodo è una condizione essenziale. Programmare non significa dirigismo, ma definire obiettivi chiari, strumenti prevedibili e incentivi efficaci. Le priorità per mantenere credibilità sui mercati sono la stabilità politica ed economica, la coerenza delle scelte di politica economica e la sostenibilità dei conti, senza rinunciare agli investimenti strategici in infrastrutture, transizione energetica e digitale e capitale umano».

Quali scelte di programmazione ritiene oggi più urgenti?

«Per rafforzare in modo strutturale la produttività del sistema Paese e trasformare gli investimenti pubblici in crescita duratura è necessario tornare a una vera politica industriale. La deindustrializzazione europea non è inevitabile, ma il risultato di scelte sbagliate. Un nodo centrale resta quello energetico: non può esistere competitività industriale con costi dell’energia strutturalmente più elevati dei concorrenti. Per questo è necessario affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare come fonte sicura, continua e a basse emissioni, leva decisiva per ridurre il costo dell’energia, rafforzare l’autonomia strategica nazionale e attrarre investimenti ad alta intensità energetica».

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