Politica

Dal M5S alla Lega, i piedi di argilla del governo Draghi

22
Giugno 2022
Di Alessandro Caruso

Mentre la scissione di Di Maio arriva anche a Strasburgo, con l’adesione al nuovo gruppo di Daniela Rondinelli e Chiara Gemma, a Roma iniziano i grattacapo per Mario Draghi, la cui maggioranza si sta indebolendo. Voci interne ai corridoi di Montecitorio confermano che i 5Stelle sono elettrici in queste ore e la soluzione dell'”appoggio esterno” starebbe diventando sempre più plausibile, soprattutto nell’ala più intransigente del partito di Conte.

Ma a Montecitorio e a Palazzo Madama i grillini indecisi sono dati in aumento perché c’è una consistente “area di mezzo” di quanti non parteggiano né per Di Maio né per Conte. Dal quartier generale del Movimento, in Campo Marzio, alle spalle di Piazza del Parlamento, dove si susseguono vertici con Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Carlo Sibilia, Mariolina Castellone, Nunzia Catalfo e altri esponenti collegati da remoto, trapela che Conte lancerà un invito alla chiarezza: le posizioni al momento sono due. C’è chi vorrebbe togliere subito la fiducia al governo e optare per l’appoggio esterno su ogni singolo provvedimento. E chi preferirebbe restare nella maggioranza fino a fine legislatura, per non dare argomenti a Di Maio nel sostenere che i 5Stelle siano inaffidabili sulla politica estera e usare come casus belli l’inflazione, l’energia, il caro bollette e la recessione.

Questa, in effetti, è stata la vera abilità di Di Maio: la scelta del tempo e lo studio del terreno di scontro. Il ministro degli Esteri, infatti, ha sferrato un duro colpo politico agli antagonisti perché ha innescato la scissione subito dopo la marcia indietro di Conte sulla politica estera del governo e il suo impegno a sostenere Draghi. Successivamente è salito al Quirinale per illustrare a Mattarella le motivazioni e le cause di una divaricazione ormai insanabile.

Le tante adesioni in poche ore al nuovo gruppo hanno dimostrato che la mossa era già stata studiata a tavolino. Ma ad accelerarle, oltre che a scaturirne di nuove, è stata anche la questione dei soldi. Da quanto risulta al The Watcher Post molti dei parlamentari che hanno risposto all’appello di Di Maio non erano in regola con i versamenti delle loro quote al Movimento. Si tratta delle restituzioni di circa un terzo degli stipendi alle casse del partito, una delle attitudini caratterizzanti dei grillini sin dalla loro nascita. Con l’ingresso nel nuovo gruppo i morosi non solo non saranno più soggetti al pagamento della “fastidiosa gabella” ma vedranno decadere le more che avevano maturato per i ritardi.

E se nell’area grillina e post grillina Mario Draghi comincia a vedere poco chiaro, il suo animo non si rasserena spostando sguardo a destra, dove nella Lega nelle ultime ore si è intensificato il traffico telefonico in uscita dal cellulare del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Fonti interne alla Lega confermano che sia iniziata la conta. Cosa succederà e quando non è ancora chiaro, ma l’operazione “spin-off”, anche se solo a livello embrionale, è già iniziata e vede Massimiliano Fedriga come capocordata. L’idea è quella di rispolverare l’identità della Lega, quella di partito del Nord, sicuramente spogliato da retaggi campanilistici e antimeridionalisti, ma anche da ideologismi da ultraconservatori, per puntare a ripristinare quel forte legame con i territori, con il tessuto produttivo, con la piccola e media impresa e con l’industria. Un progetto di lungo termine che, a quanto pare, avrebbe già trovato sponda in quell’area moderata che va da Giovanni Toti ad Alberto Cirio.

Anche Carlo Calenda, leader di Azione, questa mattina dalle colonne del Messaggero ha strizzato l’occhio a questa eventualità: “Eccome se mi piacerebbe avere Giorgetti in un grande centro con noi! Concreto, non ideologico, alle Infrastrutture potrebbe fare molto bene. Ma poi alla fine resta lì dentro, un po’ come i riformisti del Pd: Gori, Tinagli, Del Bono. È chiaro che non condividono la strategia con i 5Stelle, però stanno sempre lì. Se non hanno il coraggio di muoversi, toccherà a noi fare questa operazione per poi governare insieme con una larga coalizione e Draghi premier. Penso alla Lega di Giorgetti, sperando non ci sia più Salvini. Forza Italia, io spero ristrutturata. E un Pd mi auguro guidato da Letta. Abbiamo bisogno di un periodo di ricostruzione, e ci vuole più di un paio d’anni”.

Il Game of Thrones della politica italiana è iniziato, come era prevedibile, a un anno dalle elezioni politiche in programma nel 2023. Il percorso è molto lungo e, stando a queste premesse, ricco di insidie.