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Usa-Cina: tra Trump e Xi, tante parole e pochi fatti; Il Pentagono ritira le truppe dalla Polonia
Di Giampiero Cinelli
La seconda e ultima giornata della visita in Cina del presidente Usa Donald Trump, che s’intreccia con gli echi della guerra all’Iran, fa i titoli d’apertura di gran parte della stampa internazionale, questa mattina, nonostante la mancanza o la scarsità di risultati concreti. E fa scalpore la decisione del ministro della Guerra Pete Hegseth, che ha sorpreso lo stesso Pentagono, di ritirare dei soldati dalla Polonia o, meglio, di annullare lo schieramento dei 4.000 rinforzi previsti su uno dei confini più caldi della Nato. A Politico, fonti militari anonime dicono: “Non avevamo idea che stesse per succedere”.
Il vertice di Pechino tra i presidenti cinese Xi Jinping e Usa Donald Trump appare, specie agli occhi dei cinesi, una tappa in una maratona di negoziati, che, di qui alla fine dell’anno, vedrà i due leader incontrarsi almeno altre tre volte, cioè quando Xi restuituirà a Trump la visita e poi ai vertici dell’Apec a novembre e del G20 a dicembre. Lo spirito della maratona si adatta più a Xi, alla ricerca di “una stabilità strategica” nelle relazioni tra Cina e Usa, che a Trump, che vuole sempre risolvere tutto allo sprint (senza per altro riuscirci, come dimostrano i conflitti impantanati in Ucraina, Iran e Medio Oriente).
Il New York Times ha toni molto critici sull’esito della visita di Trump in Cina, che – scrive – “lascia i problemi irrisolti”: i due leader si sono scambiati complimenti in pubblico, ma il clima è stato ben diverso e più ‘sfidante’ negli incontri a porte chiuse, anche se gli americani si dichiarano fiduciosi che Pechino ora mantenga le sue promesse di riequilibrio della bilancia commerciale e ‘fair trade’.
In un’analisi, il giornale scrive: “Trump è stato complimentoso, Xi è stato deciso: una differenza che la dice lunga… Trump ha usato toni concilianti con Xi, in netto contrasto con la retorica anti-cinese che gli è consueta quando parla negli Usa”… Un’analisi del linguaggio del corpo marca le differenze di stile dei due leader; e Trump prova a negare che la frase di Xi sugli Usa “una nazione in declino” sia un riferimento alla sua Amministrazione:
Analoghi i giudizi sul vertice del Wall Street Journal, che rovescia parte delle critiche sulla Cina: “Una visita altamente coreografica maschera le grandi differenze che permangono” tra Cina e Usa. E si resta in attesa di “risultati concreti”, che per il momento non si vedono. In un’ottica capitalista, il quotidiano finanziario fa una descrizione estremamente critica del sistema economico-industriale cinese, dove “tutto, beni e servizi, prodotti vecchi e nuovi, è sotto il controllo del governo”: “Non c’è nulla che Trump possa fare per cambiare questa situazione”.
La Fox si mostra più positiva: titola “Stabilità pacifica”, cioè l’equivalente della stabilità strategica dei media ufficiali cinesi, con un gioco di parole sull’oceano che divide, ma anche unisce, Usa e Cina; e poi cita Trump sui fantomatici “fantastici accordi commerciali” raggiunti, di cui mancano, però, dettagli concreti..
Per la Cnn, la guerra all’Iran e Taiwan sono stati nell’insieme i temi centrali del vertice Xi – Trump, con l’impegno cinese – da verificare – di non fornire armi all’Iran (ma l’intelligence statunitense pensa che ciò stia invece avvenendo). Il Washington Post mantiene l’accento sull’avvertimento di Xi a Trump sul rischio che errori di gestione della situazione di Taiwan possano sfociare in conflitti; in un suo discorso, il presidente cinese ha citato “la trappola di Tucidide.
Nei due giorni del vertice sino-americano, lo stallo militare e diplomatica tra Usa e Iran è rimasto sostanzialmente inalterato: lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso alla navigazione e i porti iraniani bloccati dalla US Navy. Il fronte libanese del conflitto iraniano, cioè lo scontro Israele / Hezbollah, resta caldo e cruento e il terzo round di negoziati diplomatici a Washington israelo-libanbesi è stato difficile come i precedenti e infruttuoso.




