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Ucraina, ipotesi di “tregua del gelo”. Iran, Trump tra diplomazia e uso della forza

30
Gennaio 2026
Di Giampiero Gramaglia


Forse non si fidano di Putin. O forse non si fidano di Trump. O forse non si fidano – e fanno bene – né dell’uno né dell’altro. Fatto sta che i principali media Usa danno un credito relativo alla notizia, largamente ripresa dai media ucraini ed europei, specie italiani, di una promessa di ‘tregua del gelo’ di una settimana dei bombardamenti della Russia sull’Ucraina: una promessa che sarebbe stata fatta dal presidente russo al presidente Usa; e una promessa, del resto, non confermata dal Cremlino e disattesa dalle cronache notturne di ulteriori attacchi – Mosca dice d’avere distrutto 18 droni ucraini nelle ultime ore -.

I fronti internazionali più battuti dai principali media Usa questa mattina sono quelli dell’Iran, dove Trump sta valutando opzioni militari, senza però avere ancora accantonato le vie della diplomazia, e del Venezuela, che ‘denazionalizza’, parzialmente, il petrolio e apre agli investitori stranieri, dopo una telefonata tra Trump e la presidente ad interim Nancy Rodriguez. Si parla, inoltre, delle misure di Trump anti-Canada – colpiti gli aerei Bombardier – e delle sanzioni a chi vende petrolio a Cuba – una mossa per accelerare la caduta del regime -.

Sull’Iran, secondo il New York Times, negli ultimi giorni è stato sottoposto al prtesidente Trump un elenco ampliato di potenziali opzioni militari contro l’Iran, volto a infliggere ulteriori danni alle strutture nucleari e missilistiche del Paese o a indebolire la guida suprema iraniana. Il giornale precisa che Trump non ha ancora autorizzato un’azione militare né scelto tra le opzioni presentate dal Pentagono, e resta aperto alla ricerca di una soluzione diplomatica.

Tra le opzioni più rischiose, per il Nyt, , c’è quella di inviare commando statunitensi per distruggere o danneggiare gravemente parti del programma nucleare iraniano non colpite dai bombardamenti dello scorso giugno. Le forze armate statunitensi si addestrano da tempo per missioni specializzate d’infiltrazione in Paesi come l’Iran per colpire siti nucleari o altri obiettivi di alto valore strategico.

Un’altra opzione, scrive il quotidiano, potrebbe essere una serie di attacchi contro obiettivi militari e altri obiettivi strategici che causerebbero uno sconvolgimento tali da creare le condizioni perché si arrivi a deporre la guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, 86 anni. In questo scenario, non è però chi governerebbe il Paese né se un eventuale successore di Khameney sarebbe propenso a trattare con gli Stati Uniti: c’è il rischio di cadere dalla padella nella brace.

Israele starebbe insistendo per una terza opzione: un nuovo attacco congiunto israelo-americano contro il programma di missili balistici iraniani, che, secondo i funzionari dell’intelligence, Teheran ha in gran parte ricostruito dopo che Israele lo aveva devastato durante la ‘guerra di 12 giorni’ e che costituisce una minaccia per lo Stato ebreo.
Sui fronti interni, Trump dovrebbe oggi annunciare la sua scelta per il nuovo presidente della Fed, la Federal Reserve, la banca cerntrale degli Stati Uniti: Wall Street Journal e New York Times sono sicuri che si tratti di Kevin Maxwell Warsh, che è già stato nel board della Fed tra il 2007 e il 2011 e che è oggi un accademico di materie economico-finanziarie. Il mandato del presidente uscente Jerome Powell scadrà a maggio.

Casa Bianca e Congresso hanno raggiunto un accordo sul finanziamento della spesa pubblica, che sventa il rischio di un nuovo shutdown, cioè di una parziale serrata dei servizi pubblici federali, dopo quello record dell’autunno scorso, e i controversi sviluppi sul finanziamento (e sulla presenza a Minneapolis) della polizia anti-migranti – la missione degli agenti proseguirà, dice Trump –.

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