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Ucraina e Iran, la settimana dei negoziati: chiudere una guerra, evitarne un’altra
Di Giampiero Gramaglia
Per chiudere la guerra in Ucraina, che fra tre settimane entrerà nel quinto anno, e per sventarne una con l’Iran, è tempo di negoziati: in questa settimana, trattative sono attese ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati arabi uniti, fra Russia, Ucraina e Stati Uniti – il seguito previsto del round aggiornato il 25 gennaio – e ad Ankara in Turchia, fra Iran e Usa, grazie alla mediazione di Egitto e Qatar – con Israele, due dei Paesi più preoccupati dalla prospettiva di una deflagrazione mediorientale -.
Alla ripresa dei negoziati per l’Ucraina, si giunge dopo la ‘tregua del gelo’, che è stata una farsa. Annunciata dal presidente Usa Donald Trump come una grossa concessione del presidente russo Vladimir Putin, è stata subito ridimensionata dal Cremlino a una pausa degli attacchi di pochi giorni e solo su Kiev, mentre le altre città ucraine continuavano a essere bersaglio di bombardamenti russi notturni con missili e droni. E ci sono stati episodi tragicamente letali per la popolazione civile: ieri, un drone ha centrato un pullman di minatori, facendo almeno 15 vittime – è il terzo attacco a mezzi di trasporto pubblici in pochi giorni -; e un altro drone ha centrato una maternità a Zaporizhzia – qui non ci sarebbero stati morti, ma diversi feriti -.
Invece, le trattative tra Washington e Teheran seguono una settimana ad altissima tensione: Trump non ha mai scartato l’ipotesi di un’azione contro il regime degli ayatollah e ha più volte sottolineato l’ampiezza e la potenza dell’apparato militare di cui ora gli Usa dispongono nella Regione. Sembra, però, che, almeno per il momento, l’opzione diplomatica abbia prevalso, pur tra segnali ambigui e contraddittori.
Ucraina: i colloqui di Abu Dhabi non fermano combattimenti e bombardasmenti
Con il gelo che paralizza un Paese in ginocchio, il negoziato ad Abu Dhabi, che doveva riprendere ieri, è slittato a mercoledì e giovedì, 4 e 5 febbraio, senza che siano state fornite spiegazioniu. C’è stato, invece, un incontro, in Florida, nel fine settimana, fra l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev e l’inviato Usa Steve Witkoff, che l’ha giudicato “positivo e costruttivo” – non se ne sa molto di più -.
Come ogni settimana, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ieri fatto la drammatica conta della pressione russa: 12 mila bombe, droni e missili contro l’Ucraina nel mese di gennaio, prendendo “di mira il settore energetico, le ferrovie e le nostre infrastrutture”. Zelensky ha ribadito che “persiste la necessità di proteggere il cielo. Missili per Patriot, Nasams, F-16 e altre piattaforme sono necessari ogni singolo giorno”.
Mosca fa sapere che la sua avanzata non si ferma: il ministero della Difesa russo dice che l’esercito ha preso due villaggi, Zelene, nella regione di Kharkiv, e Sukhetske, una quindicina di chilometri a nord di Pokrovsk, nel Donetsk; e che le forze di difesa aerea hanno intercettato e distrutto 21 droni ucraini nella notte tra sabato e domenica..
Iran: il nodo del nucleare
Il dialogo tra Washington e Teheran, che avviene – scrive Axios – “attraverso canali multipli” dovrebbe sfociare entro la fine della settimana in un colloquio ad Ankara tra Witkoff e plenipotenziari iraniani. Segnali di distensione sono arrivati da Teheran nel fine settimana: l’Iran, infatti, ha smentito le esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz annunciate dalla tv di Stato ed ha rilasciato uno dei leader delle proteste di gennaio, Erfan Soltani, 26 anni, arrestato l’8 gennaio. Di Soltani, era stata pronunciata la condanna a morte per propaganda contro lo Stato, poi ritrattata.
Sempre ieri, il presidente iranianoi Masoud Pezeshkian ha diffuso un elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste. Manifestazioni che, ha ribadito il supremo leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, sono paragonabili a un colpo di Stato. L’anziano leader teocratico ha anche minacciato gli americani che un conflitto non resterebbe confinato all’Iran ma sfocerebbe in “una guerra nella regione”. Toni cui Trump risponde mostrando ottimismo: “L’Iran parla con noi seriamente, speriamo di negoziare qualcosa di accettabile”.
Il premier del Qatar, sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha visto a Teheran il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza iraniano Ali Larijani. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sarebbe pronto a custodire l’uranio arricchito iraniano.
Khamenei a parte, le voci dell’Iran sono distensive. Pezeshkian dice che “la guerra non sarebbe nell’interesse dell’Iran o degli Usa”; Larijani parla di “progressi nei negoziati”; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si dice “fiducioso in un accordo”, pur ammettendo che “abbiamo perso fiducia negli Stati Uniti come partner negoziale”, anche se dei Paesi amici stanno facilitando “colloqui fruttuosi” con Washington.
L’opzione militare non è però esclusa da parte Usa. Trump ha chiesto opzioni per attacchi rapidi, per evitare una guerra prolungata in Medio Oriente che gli nuocerebbe sul fronte interno. E il capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, generale Eyal Zamir, è stato negli Usa per studiare le mosse eventualmente da fare. Il Pentagono sta ancora spostando sistemi di difesa aerea per dare protezione completa a Israele, in caso di reazione iraniana con missili e droni: anche per questo, secondo alcuni analisti, l’attacco degli Usa all’Iran non può essere imminente.





