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Meloni al Senato: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci»
Di Giuliana Mastri
«Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». Giorgia Meloni è intervenuta al Senato per quarantacinque minuti nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente, definendo quella in corso «una crisi tra le più complesse degli ultimi decenni che impone di agire con serietà». L’attacco di Usa e Israele contro il regime iraniano, ha precisato, va collocato «in un contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale»: un intervento «a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte».
La premier ha respinto le accuse piovute in questi giorni dall’opposizione: «Qui non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese». E ha lanciato un appello alla coesione, chiedendo di sottrarre la discussione «a una polarizzazione politica che banalizzando non aiuta nessuno a ragionare con profondità», ricordando di aver fatto lo stesso «da unica leader di opposizione» durante l’attacco a Kiev. Nel caso in cui l’appello non fosse raccolto, ha assicurato, «il governo affronta la crisi con autorevolezza, serietà e abnegazione come sempre abbiamo fatto».
Sul tema delle basi militari americane in Italia, Meloni ha chiarito che «a oggi non è pervenuta alcuna richiesta» e che l’eventuale decisione spetterebbe al Parlamento. Ha poi puntato il dito contro chi critica l’Italia e insieme esalta la Spagna: «Il governo spagnolo ha detto che al di fuori dell’accordo bilaterale con gli Stati Uniti non ci sarà alcun utilizzo delle basi spagnole — il che significa che l’accordo non viene messo in discussione. È quello che sta facendo anche l’Italia. Stupisce che questa scelta venga condannata in Patria ed esaltata in Spagna dalle stesse, identiche, persone».
L’unico applauso condiviso con le opposizioni è arrivato quando Meloni ha ricordato la strage nella scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, dove sono morte oltre un centinaio di persone, per lo più bambine. «Intendiamo far sentire la nostra voce affinché venga preservata l’incolumità dei civili, a partire dai bambini», ha detto, esprimendo «ferma condanna» e chiedendo che si accertino le responsabilità.
Sui carburanti, la premier ha lanciato un avvertimento esplicito a chi volesse speculare sulla crisi: «Consiglio prudenza. Faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi, compreso recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Allo studio anche l’attivazione del meccanismo delle accise mobili «nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile».
Sul fronte europeo, Meloni ha chiesto di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche almeno fino alla stabilizzazione dei prezzi energetici, e ha ribadito che l’Italia non considera «praticabile aggirare il principio dell’unanimità» richiesto per le modifiche al bilancio Ue, nonostante lo stallo legato alle obiezioni di Ungheria e Slovacchia sul dossier ucraino. Quanto ai centri in Albania, ha sottolineato che il meccanismo italiano «è in linea con il diritto internazionale ed europeo», pur ammettendo di temere che «non cesseranno le ordinanze di revoca dei trasferimenti».
Le opposizioni hanno risposto con risoluzioni separate: Pd, M5s e Avs – che avevano lavorato a un documento unitario – hanno alla fine presentato tre testi distinti. Pd e Avs chiedono entrambi un cessate il fuoco immediato, la de-escalation nel pieno rispetto del diritto internazionale e il no all’utilizzo delle basi militari italiane per attacchi contro l’Iran.





