News

L’energia detta la linea: il decreto carburanti e il ritorno dello Stato nell’economia di crisi

22
Marzo 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

La crisi energetica torna a imporsi come una delle principali variabili di potere nella settimana europea, accorciando ancora una volta la distanza tra geopolitica e politica economica. L’escalation in Medio Oriente e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riattivano un meccanismo ormai noto: aumento delle quotazioni del petrolio, pressione sui prezzi alla pompa, trasmissione immediata sull’inflazione e, a cascata, sulle scelte dei governi. Non è solo una questione di mercato, ma di tenuta politica, ed è in questo spazio che si inserisce la risposta dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che nel Consiglio dei ministri del 18 marzo approva il decreto carburanti scegliendo un intervento rapido e immediatamente leggibile anche sul piano del consenso. Il provvedimento prevede per venti giorni una riduzione delle accise su benzina, diesel e Gpl, con un taglio di circa 25 centesimi al litro per i primi due e di circa 12 centesimi per il Gpl, per un costo complessivo superiore ai 400 milioni di euro, una misura emergenziale pensata per contenere il picco dei prezzi e impedirne la trasmissione diretta all’economia reale, ma che allo stesso tempo segnala il ritorno dello Stato come stabilizzatore in una fase di volatilità estrema. Accanto al taglio delle accise, il decreto introduce quella che il governo ha presentato come “norma bandiera”, un impianto anti-speculazione che rafforza trasparenza e controlli lungo tutta la filiera: le compagnie devono comunicare quotidianamente i prezzi praticati o consigliati, pubblicarli e trasmetterli alle autorità, mentre vengono previste sanzioni in caso di violazioni e il divieto di modificare i prezzi nel corso della stessa giornata, con il Garante per la sorveglianza dei prezzi che può segnalare anomalie e attivare controlli della Guardia di Finanza fino al coinvolgimento dell’Antitrust e dell’autorità giudiziaria nei casi più gravi. Il segnale politico è chiaro: non solo calmierare i prezzi, ma mostrare una capacità di intervento anche contro eventuali rendite e distorsioni del mercato, trasformando una crisi internazionale in un terreno di azione interna. Il decreto prevede inoltre misure mirate per i settori più esposti, come l’autotrasporto e la pesca, attraverso crediti d’imposta straordinari pensati per compensare l’aumento dei costi sostenuti nei mesi primaverili, nel tentativo di evitare effetti a cascata sui prezzi finali. Nel complesso, la risposta del governo restituisce l’immagine di una politica economica che si muove ancora in modalità emergenziale, intervenendo a valle degli shock piuttosto che sulle loro cause strutturali, e che deve continuamente bilanciare tutela del potere d’acquisto e sostenibilità dei conti pubblici in un contesto in cui la vulnerabilità energetica resta un dato di fondo. È qui che la dimensione nazionale si intreccia con quella europea, dove il tema della sicurezza energetica torna centrale e si lega sempre più alla competitività industriale e all’autonomia strategica, mentre la politica monetaria si trova nuovamente a fare i conti con un’inflazione spinta dai costi energetici. In questo quadro, la settimana restituisce anche un passaggio simbolico sul piano politico: la morte di Umberto Bossi segna la chiusura di una stagione in cui il conflitto si giocava prevalentemente dentro i confini nazionali, attorno a temi come autonomia, territorio e rapporto tra centro e periferia, mentre oggi il baricentro si sposta sempre di più all’esterno, dove guerre, mercati e equilibri geopolitici finiscono per determinare anche le scelte più interne. È in questo scarto che si può leggere la settimana appena trascorsa: un Paese che reagisce a una pressione che arriva da fuori, mentre archivia definitivamente una parte del proprio passato politico