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Legge elettorale, analisi di un ddl che prova a creare stabilità
Di Redazione
Il disegno di legge elettorale depositato dalla maggioranza rappresenta un tentativo esplicito di correggere quello che, fino a poco tempo fa, era considerato il principale punto di forza del sistema attuale.
Il Rosatellum, in vigore dal 2017, combina una quota maggioritaria in collegi uninominali e una quota proporzionale, premiando soprattutto le coalizioni più unite e competitive nei territori. La nuova proposta, invece, va verso un sistema prevalentemente proporzionale ma accompagnato da un premio di maggioranza alla coalizione che superi una determinata soglia, con l’eventuale introduzione di un secondo turno tra le prime due coalizioni qualora nessuno raggiunga il livello necessario per governare.
L’obiettivo dichiarato è semplice: garantire che dalle urne esca sempre un vincitore chiaro, evitando i classici stalli parlamentari che hanno caratterizzato molte stagioni della Seconda Repubblica.
Come spesso accade, i giornali si sono mossi più velocemente del legislatore e hanno già ribattezzato la proposta con nomi destinati a restare. “Donzellum”, versione più maliziosa e personalizzata, e “Stabilicum”, versione più istituzionale e quasi autocelebrativa.
La differenza tra i due nomi racconta già tutto: per la maggioranza è una legge per la stabilità, per le opposizioni è una legge costruita su misura. In fondo, la tradizione italiana è questa: ogni legge elettorale prende il nome di chi la propone, e raramente come forma di omaggio.
Le reazioni politiche sono state immediatamente polarizzate, con un copione abbastanza prevedibile ma non per questo irrilevante.
Il PD parla di “blitz” e di legge scritta per mettersi al riparo, denunciando assenza di confronto e rischio di manipolazione delle regole a partita in corso.
Il Movimento 5 Stelle attacca soprattutto il premio di maggioranza, sostenendo che sia un modo per “regalare seggi” a chi non ha una maggioranza reale nel Paese e che il ballottaggio trasformerebbe le politiche in una sorta di elezione diretta mascherata.
Le forze centriste la leggono come l’ennesima riforma fatta per convenienza e non per sistema, e infatti la vera battaglia si annuncia su un punto: la tenuta costituzionale del premio e i margini di compatibilità con la giurisprudenza della Consulta.
Dentro la maggioranza, invece, il sostegno di principio convive con i calcoli di bottega.
Forza Italia la difende come strumento di stabilità e come modo per rendere coerente il sistema con l’idea di una guida di legislatura.
Nella Lega, però, emergono i malumori classici: ogni legge elettorale che rafforza la leadership del partito principale della coalizione viene vista come un’operazione che rischia di schiacciare i partner.
E infatti il tema vero non è se la legge “funziona”, ma chi ci guadagna in seggi e chi rischia di perdere peso negoziale nel prossimo Parlamento. Al di là delle polemiche, il vero motivo della riforma è numerico prima ancora che politico. Le elezioni del 2022 hanno dimostrato che il Rosatellum premia in modo decisivo la coalizione più unita.
Il centrodestra ha ottenuto una larga maggioranza parlamentare non solo per il proprio consenso, ma anche per la divisione del centrosinistra. Se PD e Movimento 5 Stelle si fossero presentati insieme, il risultato sarebbe stato molto più incerto e la maggioranza probabilmente molto più ridotta.
Oggi il rischio è speculare: con l’attuale legge elettorale, il centrodestra potrebbe non riuscire a replicare quel risultato, ma nemmeno il centrosinistra avrebbe la certezza di vincere. Il vero spettro è quello dello stallo.
La nuova legge nasce esattamente per evitare questo scenario. Non è una riforma neutrale, e non pretende di esserlo. È il tentativo di trasformare un sistema che premia la coesione in un sistema che garantisce comunque una maggioranza. Perché, al di là delle formule e dei nomi più o meno ironici, il problema politico resta uno solo: assicurarsi che, la sera delle elezioni, qualcuno abbia davvero vinto.





