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La militarizzazione dell’economia russa

09
Febbraio 2026
Di Paolo Bozzacchi

Meglio di un orso in letargo. L’economia russa dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 ad oggi non è affatto crollata. Nonostante l’oltre ventina di round di sanzioni imposte dall’UE, dagli USA e dal Regno Unito, Mosca negli ultimi 4 anni ha saputo organizzarsi in tutti i modi per sostenere la crescita, non far aumentare il livello di disoccupazione, contenere l’inflazione e non far esplodere l’indebitamento. Come? Militarizzando di fatto l’economia interna. Se il 2022 si è caratterizzato da uno shock iniziale e recessione dovuta alla chiusura dei rubinetti degli acquisti internazionali di gas russo e al forte aumento della spesa pubblica per scopi militari, già il biennio 2023-2024 ha visto un ritorno alla crescita sostenuta, sostenuta da stimolo fiscale, produzione legata alla difesa e sostituzione delle fonti di credito estero. Banca Mondiale ha sottolineato come Mosca abbia «mitigato» parte degli effetti con una diversione commerciale verso Cina, India e Turchia. Nel 2025 l’economia si è «più militarizzata» soprattutto nei settori tecnologia, finanza e manodopera.

Quanto stanno impattando le sanzioni
Il Macro Poverty Outlook di Banca Mondiale sottolinea come le sanzioni internazionali stiano incidendo su: finanziamento estero, costi e composizione del commercio e accesso a tecnologie con effetti di medio-lungo periodo sulla produttività e crescita potenziale. Dal punto di vista energetico-fiscale le restrizioni e i meccanismi di price cap, sconti e riallocazioni di risorse hanno contribuito a ridurre sia le entrate che i margini. E’ così che i ricavi 2025 del settore oil&gas sono risultati in calo, e il debito pubblico è cresciuto. Dopo 4 anni scarsi di conflitto Mosca ha chiuso il 2025 azzerando la crescita del Pil. Fonti FMI sottolineano un debole progresso pari allo 0,6%. Diverse fonti la definiscono una quasi-stagnazione, con la crescita sostenuta più dalla spesa pubblica legata al settore difesa che da investimenti ordinari e produttività.

Tiene la bassa disoccupazione
Sembrerebbe un paradosso, ma la disoccupazione dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina è rimasta ai minimi storici, sia per scarsità di manodopera dovuta a mobilitazione militare, emigrazione, demografia e riassorbimento in settori militari. La Banca di Russia lo scorso luglio ha misurato la disoccupazione destagionalizzata al 2,2%, sottolineando il risultato come un «all-time low». Diverse rilevazioni di dicembre confermerebbero il dato.

Sale il deficit federale
La Banca Mondiale aveva previsto un debito al 18,6% del Pil per il 2025. Un dato molto basso rispetto ai competitor internazionali, anche se in lieve aumento nel triennio bellico. Il debito pubblico di Mosca lascia perciò spazio (e tempo) per un eventuale e probabile salita. La novità del 2025 è l’aumento del deficit federale, stimato attorno al 2,6% del Pil (oltre 5,6 trilioni di rubli pari a 61 miliardi di euro), con le entrate oil&gas crollate e la spesa pubblica in forte aumento. Non è certo un segnale, ma non sembra essere un fattore di fretta nella conclusione degli accordi di pace con Kiev.

Quasi azzerati gli investimenti dall’estero
È il cluster dove l’impatto delle sanzioni e dell’uscita di molte imprese occidentali si fa più sentire. Fonti UNICTAD mostrano che gli investimenti esteri sono letteralmente decimati. Se nel 2010 superavano i 31 miliardi di $, già nel 2015 (dopo il primo inizio del conflitto ucraino) erano a quota 11,9 miliardi. E nel 2024 sono crollati ad appena 3,35 miliardi di $.

Inflazione sotto controllo
In controtendenza il 2025 vissuto dall’inflazione russa. Il dato finale pubblicato è 5,6%, in forte calo rispetto al 9,5% fatto registrare nel 2024. Comunque ancora al di sopra del 4% indicato dalla Banca Centrale di Russia come obiettivo ufficiale di breve periodo. Il dato non è comunque definitivo, e alcune fonti indicano come possibile un’inflazione 2025 al 6-7%.