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Iran, sesto giorno di guerra: immagini da Seconda Guerra Mondiale
Di Giampiero Gramaglia
Scene da film sulla Seconda Guerra Mondiale. Un sottomarino statunitense affonda con un siluro una nave iraniana nell’Oceano Indiano: non succedeva nulla di simile da oltre 80 anni. Una nave dello Sri Lanka avrebbe tratto in salvo alcune decine delle 180 persone a bordo, ma le informazioni in merito sono frammentarie -.
L’episodio, di cui dà notizia il segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth, è solo uno dei tanti che segnano l’aggressione all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti, giunta al Giorno VI: raid aerei e missili sugli obiettivi iraniani; migliaia di militari iraniani morti sotto oltre 5000 ordigni – la fonte è il Ministero della Difesa israeliano –; oltre mille civili uccisi – la fonte è la Mezzaluna rossa iraniana -; missili e droni iraniani lanciati contro Israele e Paesi del Golfo – uno verso la Turchia o Cipro (non è chiaro) viene intercettato -; truppe curde entrate in Iran dall’Iraq – notizia però smentita da fonti curde ufficiali -. E prosegue l’offensiva di terra israeliana nel Libano meridionale, contro le milizie sciite pro-iraniane Hezbollah.
A Washington, il Senato boccia l’ennesimo tentativo di limitava i poteri di guerra del presidente Donald Trump: è l’ottava risoluzione di questo genere presentata dallo scorso giugno, all’epoca della ‘guerra dei 12 giorni’, tutte fallite. Stavolta, con i democratici, vota il senatore repubblicano e libertario del Kentucky Rand Paul, ma non basta.
Sull’esito del voto in Senato, dove i repubblicani sono in netta maggioranza (53 seggi a 47), c’era qualche incertezza perché questa guerra, che s’è rapidamente estesa a tutto il Medio Oriente, pare, agli occhi di molti osservatori, anche repubblicani e conservatori, politicamente “improvvisata”, senza obiettivi precisi e senza una strategia di uscita. Numerosi commentatori della galassia Maga se ne sono dissociati, giudicandola in netto contrasto con l’approccio ‘America First!’ sbandierato in campagna elettorale da Trump.
In una conferenza stampa, il magnate presidente ammette che i prezzi dell’energia potrebbero salire, come conseguenza del conflitto – di fatto, ciò è già avvenuto -, ma assicura che dopo scenderanno “ai livelli più bassi mai visti”. Alla domanda “come va la guerra”, risponde con consueta sicumera: “Su una scala da uno a dieci, stiamo facendo 15”.
Ma le cronache del conflitto segnalano anche qualche punto debole nell’apparato militare degli Usa: droni iraniani sono riusciti a colpire ambasciate americane nella Regione e la sede della Cia a Riad, in Arabia Saudita, senza per altro fare feriti: per il regime di Teheran, è un successo simbolico, perché molti iraniani considerano la Cia un nemico giurato, dopo che l’agenzia di intelligence statunitense fu alla base del colpo di Stato militare del 1953.
E mentre l’Unione europea e la maggior parte dei leader del 27 tentennano sulle posizioni da tenere tra difesa del bistrattato diritto internazionale, chiaramente violato dall’azione israelo-americano, e la salvaguardia di rapporti e interessi, il capo del governo spagnolo Pedro Sanchez emerge con forza come figura di riferimento dei pochi che, in Occidente, hanno il coraggio di opporsi a Trump: dice che “la posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra” – in italiano sono tre, perfettamente rispettose del dettato costituzionale, ‘No alla guerra’ -.
A fare da sponda a Sànchez, c’è, però, il Vaticano: il segretario di Stato Pietro Parolin avverte che “le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo: alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza”.





