News
Iran: la tregua Israele-Libano è in vigore, i negoziati Washington-Teheran proseguono
Di Giampiero Gramaglia
Pur accompagnata da dubbi e interrogativi sulla sua tenuta, ma salutata come uno sviluppo positivo, la tregua di dieci giorni tra Israele e Libano, annunciata ieri dal presidente Usa Donald Trump, è entrata in vigore la scorsa notte. La pausa nei combattimenti e nei bombardamenti si sovrappone e scavalla di una settimana il cessate-il-fuoco tra Usa e Iran che dovrebbe scadere martedì e fa ben sperare su uno sblocco dei negoziati tra Washington e Teheran, cui continuano a lavorare Pakistan e altri mediatori.
Parlando a Las Vegas ieri sera – da noi era notte fonda -, il presidente Trump ha detto di essere pronto a partire per Islamabad, se vi dovesse essere un’intesa, e che l’Iran ha accettato di consegnare l’uranio arricchito in suo possesso: “E’ molto probabile che raggiungeremo un accordo con l’Iran… Sarà un buon accordo”. Trump ha aggiunto che la guerra all’Iran sta procedendo a gonfie vele e che dovrebbe finire molto presto, ribadendo che Teheran non debba mai avere l’arma nucleare.
Per Politico, Trump vuole mettere fine alla guerra all’Iran, che sta durando il doppio di quanto lui aveva previsto e sta facendo sentire riflessi negativi sull’economia statunitense; e, per farlo, è pronto a ulteriori compromessi: “Il presidente dice di avere le carte, ma dovrà fare concessioni per arrivare a un’intesa”. Secondo la Cnn, che riferisce quanto dettole dal generale James Adams, responsabile della Defense Intelligence Agency, l’intelligence militare Usa, l’Iran ha ancora “migliaia di missili e droni” che costituiscono un pericolo per le forze Usa nella Regione e per Israele e i Paesi dell’area.
Sul suo social Truth, Trump è anche tornato a minacciare l’Italia: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”, ha scritto, allegando al messaggio un articolo del Guardian del 31 marzo dal titolo “L’Italia nega l’uso di una base in Sicilia agli aerei Usa che trasportano armi per la guerra in Iran”. La Cnn torna sulle frizioni tra la Casa Bianca e la Santa Sede e scrive che Papa Leone XIV “reclama il rispetto dei valori cristiani da parte dell’Amministrazione Trump”. La tv ‘all news’ dà, inoltre, eco a screzi e gelosie tra il vice-presidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio: Vance gestisce le trattative con l’Iran, da cui Rubio pare estromesso, con il tandem di negoziatori formato da Steve Witkoff e Jared Kushner.
Secondo il Washington Post, l’entrata in vigore della tregua tra Israele e Libano coincide, accettata senza entusiasmo da Israele, coincide con intensificati sforzi dei mediatori pachistani per estendere il cessate-il-fuoco tra Usa e Iran e organizzare nuovi colloqui. Da segnalare sul giornale un’analisi di David Ignatius, una delle firme più prestigiose del quotidiano, che s’interroga su che cosa farebbe Trump se ilo presidente russo Vladimir Putin colpisse l’Europa: è una domanda che nessuno si sarebbe mai posto sotto nessun altro presidente Usa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
Per il New York Times, non è scontato che la tregua tra Israele e Libano sia rispettata: Hezbollah, milizia sciita filo-iraniana, non è stata coinvolta nei negoziati e non è detto che vi si attenga, anche perché il governo di Beirut non è in grado di controllarla. Analogamente, il Wall Street Journal osserva che escludere Hezbollah dalle trattative rende più facile trovare un’intesa, ma nel contempo rende l’intesa molto più fragile.
C’è poi il fronte delle conseguenze economiche dell’aggressione israelo-americana all’Iran. Il NYT afferma che la Casa Bianca tende a minimizzarle, ma il giornale avverte: “Le azioni sono di nuovo al rialzo, ma la guerra all’Iran ha cominciato a colpire nel portafoglio gli americani”, proprio quello che Trumop e i repubblicani vorrebbero evitare, in vista del voto di midterm del 5 novembre. C’è pure l’altro lato della medaglia energetica: il calcolo di Trump che il blocco dello Stretto di Hormuz finisca per indurre l’Iran ad ammorbidire la posizione negoziale per potere riprendere le esportazioni di petrolio.
Un’analisi del New York Times, venata di elementi satirici, suggerisce che il cambio di tono nella comunicazione di Trump verso il Papa e gli alleati sia dovuta alla pressione sul magnate presidente derivante dalle critiche della sua base alla guerra all’Iran e al suo impatto economico. Ma il NYT osserva che l’aggressività del presidente verso il nemico, ma anche verso il Papa e gli alleati, rende ancora più difficile per i repubblicani concentrarsi sull’economia, da cui dipende l’esito del voto.





