News

Iran: guerra giorno XI, per calmare i mercati Trump dice che la guerra finirà presto

10
Marzo 2026
Di Giampiero Cinelli

Dopo 11 giorni di conflitto, l’aggressione all’Iran lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio diventa soprattutto un problema economico, almeno sui principali media Usa, e la sua fine pare vicina, nelle dichiarazioni pur contraddittorie del presidente Donald Trump: il New York Times le definisce “a zig zag” e il Washington Post “a denti di sega”, mentre il Wall Street Journal scrive che i suoi consiglieri lo spingono a trovare “una via d’uscita”.

Il magnate presidente afferma che la guerra “finirà presto”: sono parole per calmare borse e mercati, che non hanno dietro piani certi e previsioni sicure. E le cronache dal teatro del conflitto continuano a riferire d’attacchi con aerei e missili e di risposte, sia pure più sporadiche, con missili – un altro è stato abbattuto sulla Turchia – e droni.

Nel giugno scorso, la guerra all’Iran durò 12 giorni: per chiuderla, Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu dichiararono vittoria, pur senza avere raggiunto l’obiettivo di annientare le installazioni nucleari iraniane – ma Trump sostenne di averlo fatto -. Questo conflitto, però, è ben diverso.

Questa volta, gli obiettivi sono meno chiari e comunque più complessi: oltre al nucleare, distruggere le capacità missilistiche dell’Iran e colpire al cuore il regime di Teheran, decapitato con l’uccisione il primo giorno della guida suprema, l’ayatollah Ali Khameney, e che ora s’è dato un nuovo leader, il figlio di Khameney Mojtaba.

E, questa volta, il numero delle vittime è molto più alto: migliaia in Iran; centinaia in Libano, dove Israele ha lanciato un’ennesima offensiva d’aria e di terra; decine in Israele e nei Paesi del Golfo dove l’Iran ha portato la sua risposta che è stata molto più dura e che ha trasformato tutta la Regione in area di conflitto.

E, infine, questa volta l’entità dei danni inferti all’economia mondiale è di molto maggiore: le borse di tutto il mondo sono in flessione, i prezzi di gas e petrolio salgono, quota 100 dollari al barile è stata raggiunta e superata (poi le quotazioni sono lievemente scese), la benzina alla pompa va verso i quattro dollari al gallone, una soglia molto più percepita dai consumatori statunitensi dei numeri della macro-economia.

Pesano i colpi incrociati inferti alle installazioni petrolifere in Iran e nei Paesi del Golfo. Pesa l’insicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, di fatto paralizzata. Pesa ancor di più l’incertezza sulla durata della guerra. Trump, che fece campagna su “basta guerre” e “giù i prezzi”, sconcerta i suoi stessi elettori quando dichiara che gli aumenti sono “un piccolo prezzo da pagare” (in cambio di cosa?) e che dopo tutto sarà meglio che mai (perché?).

I responsabili delle Finanze del G7, dell’Ue, dei Paesi del Golfo e dell’Opec si consultano, ma senza trovare una parata. Ieri, c’è stato un video-consulto fra i leader dell’Ue e dei Paesi del Medio Oriente,

Nei primi dieci giorni di questo conflitto, ha ieri riferito il Central Command Usa, responsabile delle operazioni, le forze armate statunitensi hanno colpito più di 5.000 obiettivi, tra cui oltre 50 navi iraniane, e, inoltre, sistemi di difesa aerea, siti di lancio e di stoccaggio di missili balistici, stabilimenti per la produzione di missili e droni, centri di comando e di comunicazioni militari, infrastrutture energetiche e industriali, porti e nodi dei trasporti.

Vi sono, naturalmente, anche i ‘collateral damages’, l’ipocrita espressione utilizzata per mascherare le vittime civili. Sui media Usa, si moltiplicano prove e testimonianze che è stato un missile Tomahawk americano a colpire il 28 febbraio la scuola elementare femminile di Minab provocando la morte di circa 175 bambine. Trump, nei giorni scorsi, ne aveva attribuito la responsabilità a errori di tiro iraniani. In questo contesto, chi “esce da vincitore” è il presidente russo Vladimir Putin, che ha ieri parlato lungamente al telefono con Trump. L’afferma e lo spiega Politico: con l’attenzione di governi e opinioni pubbliche concentrata sull’Iran, il leader russo ha le mani libere in Ucraina; e gli aumenti dei prezzi del petrolio sono una manna per l’economia russa, che vede i suoi introiti lievitare e trova nuovi clienti. L’India, ad esempio, ha avuto da Washington una deroga al rispetto delle sanzioni anti-Russia per acquistare petrolio da Mosca.