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Guerre, il punto: Iran, Trump rafforza schieramento; Ucraina, Putin gioca l’arma del gelo

02
Ottobre 2026
Di Giampiero Gramaglia

Da giorni, il presidente Usa Donald Trump lesina alle cronache di guerra il contributo dei suoi post ultimativi e contraddittori: impegnato nella campagna per il voto di midterm del 3 novembre, deve andare a cercare di galvanizzare gli elettori là dove non avrebbe mai pensato di finire, in Stati rossi, cioè conservatori, repubblicani, nel cromatismo politico degli Stati Uniti, come Oklahoma o Nebraska; e in altri dove nel 2024 vinse con largo margine, come Ohio e Texas.

Lì, il popolo Maga non vuole sentire parlare di guerre e dazi: il magnate presidente racconta loro meraviglie dell’economia, ma la risposta è tiepida perché i soldi in tasca non sono quelli che i più s’aspettavano (o, meglio, s’illudevano). L’eco politica a mosse e parole del magnate presidente è pure attenuata, perché il Congresso ha ormai chiuso i battenti e non li riaprirà fin dopo il voto.

Ma Trump non ha accantonato i propositi bellicosi: dopo il midterm, vuole essere pronto a colpire duro l’Iran, se, nel frattempo, non sarà maturato un accordo che per ora non s’intravvede. Così, un’altra portaerei, la Roosevelt fa rotta verso il Mare arabico per aggiungersi alla Washington; e altri 10/12 mila uomini sono destinati all’aerea delle operazioni, secondo vari media Usa.

Il sito Axios scrive, in esclusiva, che gli Stati Uniti stanno inviando più sistemi anti-missili Patriot nella regione per proteggere i siti petroliferi dell’Arabia saudita e del Qatar da eventuali nuovi attacchi iraniani e degli Huthi, i ribelli yemeniti sciiti e filo-iraniani, la cui offensiva rende insicuro lo Stretto di Bab el-Mandeb che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso.

Il Wall Street Journal avverte, però, che la crisi energetico-finanziaria innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz continua ad aggravarsi nonostante le petroliere stiano riprendendo a transitare da e verso il Golfo persico. Questo perché – scrive il WSJ – “le catene di rifornimento che trasformano il greggio in carburante sono ancora sotto assedio”, il che mantiene alti i prezzi di benzina e diesel e quindi l’inflazione. Secondo Euronews, per fare fronte alla crisi, l’Ue, su richiesta degli Usa, sta valutando se rilasciare parte delle sue riserve.

Anche un’altra voce del conflitto iraniano si sente di meno, di questi tempi: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, anch’egli impegnato in campagna elettorale per le politiche del 27 ottobre, cerca di schivare le accuse rivoltegli di avere sottovalutato, prima del 7 ottobre 2023, il pericolo d’un’incursione di Hamas in territorio israeliano.

Ma la tragedia sfiorata mercoledì a bordo di un aereo diretto da Dubai a TelAviv, che il co-pilota voleva fare schiantare al suolo, e il presunto fallito attentato a una base aerea britannica utilizzata anche dagli Stati Uniti hanno ridato enfasi alla retorica israeliana anti-iraniana, pur se non vi sono per ora prove certe del coinvolgimento di Teheran nelle due azioni.

Sul fronte ucraino, la Russia – scrive il New York Times – sta progettando il colpo più grosso mai portato finora per cercare di lasciare al gelo l’Ucraina all’arrivo dell’inverno: secondo il giornale, Kiev ha mostrato ai suoi partner europei piani che sarebbero stati intercettati ai russi per tagliare l’elettricità e quindi il riscaldamento e l’acqua nelle grandi città. E Mosca starebbe pure usando i migranti dall’Ucraina come un’arma contro gli europei, per erodere il consenso al sostegno a Kiev.

Intanto, c’è da segnalare il ritorno sulla scena dell’Amministrazione Trump d’un personaggio che ne sembrava uscito – malamente e definitivamente – poco prima dell’estate 2025: Elon Musk è stato chiamato dal segretario alla Guerra Pete Hegseth a co-dirigere un’iniziativa del Pentagono che mira a disegnare il campo di battaglia del futuro.

C’è da sperare che lì Musk faccia meglio che al Doge, il Dipartimento per migliorare l’efficienza dell’Amministrazione, dove i danni arrecati, secondo i dati dell’ufficio del bilancio del Congresso, sono stati di gran lunga superiori ai benefici apportati.