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Di nuovo allarme Iran, mentre per Gaza si sblocca l’avvio della seconda fase
Di Giampiero Gramaglia
Di nuovo allarme Iran, per le dichiarazioni minacciose del presidente Usa Donald Trump e l’annuncio di Teheran di ritorsioni a un eventuale attacco, proprio mentre pare sbloccarsi l’avvio della seconda fase del piano di pace per la Striscia di Gaza, dopo il ritrovamento e la restituzione dei resti dell’ultimo ostaggio israeliano rapito il 7 ottobre 2023, Rani Gvili.
Sul fronte dell’Ucraina, si attende la ripresa, nel fine settimana, ad Abu Dhabi, dei negoziati a tre, Usa, Russia, Ucraina, dopo che un primo round, la scorsa settimana, ha fatto registrare progressi, ma non ha risolto il nodo principale, quello dei territori che Mosca reclama e che Kiev non vuole cedere. Il rilievo del round di trattative di domenica prossima è, però, ridimensionato dall’assenza dei negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner. E il negoziato non ferma il conflitto, scandito da bollettini di guerra quotidiani e bombardamenti russi sulle città ucraine.
Il Medio Oriente è sempre una potenziale polveriera. Con l’arrivo nell’area della portaerei Lincoln, gli Stati Uniti hanno riacquisito una capacità di fuoco adeguata a colpire l’Iran, se Trump decidesse di farlo, dopo non avere agito nei giorni più cruenti delle proteste contro il regime, il cui bilancio resta estremamente incerto – i conti delle vittime fatti da fonti ufficiali e dell’opposizione in esilio vanno da migliaia a 40 mila, ma non sono in alcun modo verificabili -.
Come al solito, Trump dice tutto e il contrario di tutto: fa sapere che Teheran vuole negoziare (e, se ciò è vero, non ci dovrebbero essere a breve iniziative militari); e poi evidenzia la “massiccia” presenza militare statunitense che serve a mettere pressione sul regime di Teheran, ma che potrebbe anche colpirlo “molto più duramente” di quanto avvenuto lo scorso giugno, nella cosiddetta ‘guerra dei dodici giorni’, quando le installazioni nucleari iraniane vennero seriamente danneggiate, ma non annientate. Il regime degli ayatollah, che alcuni considerano vicino al punto di rottura, risponde minacciando ritorsioni, in caso di attacco, contro Israele e gli Usa e i loro interessi.
Gli alleati di Washington nella Regione, il Qatar, l’Egitto, lo stesso Israele, seguono con timore l’evolvere della situazione: temono che l’pzione militare inneschi un conflitto regionale. Quanto all’ipotesi di un cambio di regime, non è affatto chiaro che cosa possa essere il ‘dopo Khameney’ e non è affatto certo che sia meglio.
Il ritorno di fiamma dell’Iran nella retorica di Trump è forse l’ennesimo escamotage per evitare d’assumere la responsabilità e di trarre le somme da quanto sta avvenendo a Minneapolis, dove l’uccisione di due cittadini americani da parte della polizia anti-migranti innesca un clima di proteste quasi da ‘guerra civile’.
Il rialzo di tensione con l’Iran contrasta con la relativa distensione su altri fronti mediorientali. Dopo l’insediamento, a Davos, la scorsa settimana, del ‘Board of Peace’, voluto e presieduto da Trump, qualcosa s’è mosso: i mediatori del cessate-il-fuoco in vigore dal 10 ottobre premono su Israele e Hamas per passare alla seconda fase e la consegna dei resti di Gvili ha chiuso una saga di dolore e angoscia aperta il 7 ottobre 2023 dai raid terroristici in territorio istraeliano di Hamas e altre sigle palestinesi.
Subito dopo, Israele comunicava di avere accettato, “nell’ambito del piano in venti punti” di Trump, di aprire il valico di Rafah, solo per il transito di persone e mantenendo il controllo dei flussi. Resta da vedere quando e come ciò avverrà, così come restano da concordare i tempi e i modi del disarmo di Hamas – punto fermo della seconda fase – e chi amministrerà la Striscia nel breve termine.





