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Gli antiTrump siano prudenti nel pessimismo tanto quanto noi siamo prudenti nell’ottimismo
Di Daniele Capezzone
Cosa si richiederebbe a un analista, a un commentatore, a maggior ragione davanti a uno scenario internazionale così denso di incognite? Personalmente, non chiederei mai una impossibile “imparzialità”: ognuno di noi ha le sue idee, ha opinioni forti, tutte cose che non avrebbe senso castrare o reprimere.
Da questo punto di vista, anzi, è più onesto con il pubblico esprimerle in modo aperto: creando nel lettore e nel telespettatore anche i necessari “anticorpi”.
Tuttavia, dopo questo sforzo di sincerità, si richiederebbe anche un esercizio di razionalità e prudenza. Farsi trascinare dal tifo, confondere i desideri con la realtà, è totalmente insensato.
È legittimo avere una pessima opinione su Trump e Netanyahu, ci mancherebbe: ma perché negare che i primi nove giorni di guerra si siano rivelati particolarmente favorevoli agli americani e agli israeliani? Ancora: è legittimo ritenere che siamo ancora in mezzo a rischi fatali e alla possibilità che il conflitto vada fuori controllo, ma al momento onestà intellettuale imporrebbe di riconoscere che ciò non sta accadendo.
È forse troppo chiedere agli antiTrump di essere prudenti nel pessimismo tanto quanto noi siamo prudenti nell’ottimismo?





