Lavoro

UE: la disoccupazione si sposta al Nord con Finlandia e Svezia maglie nere

06
Febbraio 2026
Di Paolo Bozzacchi

Un mito che crolla. La disoccupazione in Europa viaggia verso la Scandinavia che non ti aspetti. Sono Finlandia e Svezia secondo i dati Eurostat le nuove maglie nere del lavoro europeo a dicembre 2025; gli unici Paesi a far registrare un tasso di senza lavoro oltre il 10%. In controtendenza soprattutto l’Italia, ma anche la Spagna. Se Roma fa registrare un tasso record del 5,6%, la Spagna dopo quasi 20 anni è scesa sotto la soglia psicologica del 10% (9,3%), grazie alla creazione di 600mila nuovi posti di lavoro durante il 2025. Sia chiaro, l’Unione europea nel complesso sta facendo bene sul lavoro. A dicembre scorso il tasso di disoccupazione UE è risultato sotto il 6% (5,9%), sempre più vicino ai livelli per anni considerati inarrivabili degli Stati Uniti. Nello stesso periodo Washington ha fatto segnare il 4,4%. La forbice UE-USA è ormai nell’ordine dell’1,5%, un dato per Bruxelles molto più che accettabile.

La nuova geografia della disoccupazione europea
Addio Nord ricco e Sud debole, quindi. I mercati del lavoro di Italia e Spagna stanno mostrando rispettivamente resilienza e trasformazione. A Helsinki, invece, il campanello d’allarme sta suonando: la disoccupazione al 10,7% è la più alta degli ultimi 20 anni, e nel corso del 2025 sono andati in fumo 277mila posti di lavoro. La situazione riflette problemi strutturali profondi. Stagnazione economica prolungata, costi energetici molto elevati, difficoltà di esportazione e impatto regressivo di politiche sociali e di austerità prolungate. Con una preoccupante novità: il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 20% (19,5%) Se Helsinki piange Stoccolma non ride. Ma in Svezia il problema è diverso: la prima causa di un tasso che viaggia verso il 10% è la massiccia affluenza di nuove persone nella forza lavoro, che ha mantenuto alta la quota dei disoccupati. Il dato che accomuna il Nord Europa è la contrazione del mercato del lavoro per le categorie più sensibili alla globalizzazione. Le maggiori difficoltà si riscontrano nei settori tradizionali (manufacturing, esportazioni) e sono concentrate nel settore tech. La conseguenza è che i giovani finlandesi e svedesi affrontano precarietà e tempi di ricerca occupazionale prolungati.

Italia e Spagna: due modi di riuscire
In Italia l’offerta di lavoro è al massimo storico. Così come in Portogallo. E’ uno dei motivi che ha convinto tutte le principali agenzie di rating durante il 2025 a migliorare il rating sul Paese. Le criticità che deve affrontare Roma in questa fase sono legate ai salari ancora deboli, la produttività stagnante e una partecipazione al mercato del lavoro tra le più basse dell’Eurozona. Il modello italiano rappresenta comunque un modello di normalizzazione del mercato del lavoro, frutto della stabilità economica che sta perdurando. La crescita del Pil è lenta, ma costante da anni. Stesso trend per l’export, che ha fatto diventare l’Italia il quarto paese al mondo, superando anche il Giappone. Anche i conti pubblici sono in miglioramento, tanto che il Paese uscirà con buona probabilità con anticipo rispetto alla procedura d’infrazione UE. Madrid dal canto suo sta mostrando una trasformazione impressionante. Dopo decenni in cui la disoccupazione era tra le più alte d’Europa, il 2025 è stato l’anno della decisiva svolta. Per la prima volta dal 2008 è scesa sotto quota 10%, con la creazione di 600mila nuovi posti di lavoro. In esplosione il turismo, i servizi e gli investimenti in energie rinnovabili. Preoccupano ancora sia la disoccupazione giovanile ancora superiore al 20% sia il difficile adeguamento tra domanda di lavoro e competenze disponibili. Resta il fatto che da economia di emergenza la Spagna stia costruendo un mercato del lavoro relativamente dinamico.

La geografia del lavoro in Europa sta cambiando. Da Nord contro Sud si sta trasformando in un mosaico di dinamiche interne alle economie nazionali, legate alle politiche del lavoro, diversificazione industriale, formazione professionale e integrazione demografica. Il modello sociale scandinavo sta mostrando di non essere immune alle perturbazioni internazionali. I Paesi mediterranei stanno mostrando maggiori capacità di adattamento. Trasversali a questa nuova realtà restano le problematiche legate al lavoro delle donne e dei giovani. Per dare risposte a queste sfide servono politiche integrate di formazione, transizione verde e digitale, riforme strutturali capaci di attenuare le divergenze, non soltanto legate ai Paesi ma alle diverse società.

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