Innovazione

Dopo 100 anni cade il mito delle impronte digitali: non sono uniche

11
Ottobre 2017
Di Redazione

Crolla il mito delle impronte digitali, considerate da oltre 100 anni uno dei metodi piu' affidabili nelle indagini. Un Rapporto dell'Associazione americana per l'avanzamento delle scienze (Aaas) ha infatti dimostrato che non esistano metodi efficaci al 100% per confrontare le impronte digitali nascoste, ossia quelle invisibili lasciate sulle superfici, e per attribuirle a un'unica persona. Il documento esamina le tecniche con cui vengono analizzate e confrontate le impronte digitali lasciate sulle superfici dai polpastrelli e composte dall'alternarsi di creste e solchi secondo precisi disegni.

Esistono tre tipologie di impronte digitali: visibili, modellate e latenti, Le prime vengono lasciate da mani sporche, per esempio di sangue o di polvere, su superfici pulite. Le seconde invece sono lasciate dai polpastrelli su una sostanza malleabile, ad esempio una gomma da masticare trattenuta tra le dita prima di essere buttata. Entrambe sono chiare e non resta che fotografarle e confrontarle con quelle gia' in archivio, con sistemi di confronto che non lasciano dubbi. Diversamente le impronte latenti sono difficiili da rilevare.

"L'analisi delle impronte digitali è uno dei metodi forensi piu' utilizzati per l'identificazione", ha rilevato Joseph Kadane, docente di statistica e scienze sociali all’universita' americana Carnegie Mellon e che ha collaborato al rapporto. “In linea di principio – ha aggiunto – i sistemi che le analizzano servono a identificare la persona che ha lasciato il suo segno sulla scena del crimine", ma l'esame delle tecniche per analizzare le impronte digitali nascoste, dimostra che "non esiste un metodo scientifico per stimare il numero di persone che condividono le caratteristiche di una impronta digitale, e inoltre non si puo' escludere l'errore umano durante il confronto". Di conseguenza, conclude, “non e' possibile affermare che le impronte digitali latenti possano essere associate a un unico individuo con una precisione del 100%". Secondo il rapporto, tuttavia, si potrebbero migliorare le capacita' dei sistemi di confronto automatico, ma c'e' bisogno di intensificare la ricerca in questo campo. I sistemi automatici, osservano gli esperti nel rapporto, "oggi svolgono un ruolo importante per scartare rapidamente migliaia di impronte digitali che non hanno caratteristiche simili a quelle in esame, ma ancora non sono in grado di abbinare un'impronta digitale rilevata sulla scena di un crimine a quella raccolta dalle autorita' da un sospettato, ne' possono determinare se un confronto sia valido".

In Italia questa scoperta è stata accolta con cauto ottimismo. Secondo alcuni esperti evidenzia come una  sentenza non si possa basare esclusivamente su un esame di laboratorio. Il criminologo dell'Università Sapienza di Roma, Natale Fusaro sostiene infatti che il documento redatto Aaas "è  utile e fa capire che non si puo' basare una condanna solo sul rilievo di una impronta, perche' ciò può nascondere degli errori" Il problema evidenziato dal rapporto – spiega – "è proprio nei metodi con cui si fanno i rilievi delle impronte digitali, soprattutto delle impronte latenti, non basati su metodi scientifici standard e su protocolli convalidati dalle Società Scientifiche di riferimento, e nel fatto che a volte le impronte rilevate sono parziali e mancano di quelle caratteristiche cruciali per la comparazione e l'identificazione: per esempio strutture simili a vortici che si trovano in particolari punti". Tutto questo non permette che l'identificazione sia sicura al 100%

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