di Sergio Pizzolante

Senza giri di parole: la burocrazia è la cultura del sospetto che si è fatta norma, legge. 
Non esiste alcuna possibilità di semplificare la burocrazia se non si cambia cultura. Senza un cambio culturale profondo, radicale. 

Tutti i tentativi di semplificazione hanno introdotto complicazioni. Negli ultimi 30 anni. 
Da quando il sospetto, il pregiudizio, ha prevalso sul giudizio, sui fatti, sulla realtà. 
Da Tangentopoli in poi, dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Andiamo alle origini per capire. Su cosa è nata la Seconda Repubblica? Sul presupposto che la Prima era corrotta. Dominata dalla corruzione. E dalla evasione del fisco e delle norme in genere. 
Quindi si è proceduto come se l’Italia fosse il Paese più corrotto al mondo, “come l’Uganda”, scrisse Gaber. Chiaro che la corruzione c’era e c’è, chiaro che l’evasione fiscale c’era e c’è, ma è anche chiaro, chiarissimo, per chi vuol vedere, che la “lotta alla corruzione e alla evasione fiscale” è diventata anche altro, soprattutto altro, uno strumento di lotta politica. Di scontro fra poteri e di potere. 

Dentro è cresciuta la prevalenza di culture antipolitiche e antimpresa. Perché se la politica è corrotta e le imprese e i professionisti, evadono e speculano e “schiavizzano” il lavoro, allora bisogna mettere la “camicia di forza” ai politici, agli amministratori pubblici, sino al Parlamento, sino al Governo. E naturalmente, alle imprese, ai professionisti.

Al “capitalismo”. Bisogna, ad esempio, con la legge Bassanini, trasferire potere, discrezionalità, dagli organi politici eletti, alla dirigenza pubblica non eletta. Nello stesso tempo vi è stato trasferimento di potere salvifico alla Magistratura,  in generale, e alle Procure, in particolare. Sino al paradosso che i cittadini votano i politici ma comandano i tecnici e le Procure e poi,  per prevalenza di forza e ruolo e potere, le Procure sui tecnici e su tutti. Per dimostrare di essere “onesti”, i politici hanno indossato la camicia di forza. Che è diventata, via via, sempre più stretta per tutti i “colpevoli” della corruzione. Per i politici stessi, per le imprese, per i professionisti, per i cittadini tutti, infine.

Questa scala di valori e di ruoli e di potere, ha prodotto, imposto, nel tempo, la “burocrazia” che impedisce ad un amministratore pubblico, per paura, di decidere, ad un dirigente pubblico di firmare un atto, ad un dirigente di banca di concedere un prestito. Eccetera. 
Perché domina il sospetto. E prevalgono le leggi del sospetto. Ad uso ed abuso di chi agisce con sospetto. Abuso d’ufficio, traffico di influenza, voto di scambio, reati associativi, reati ambientali, reati sulla sicurezza, trojan, licenza di accusare il collega d’ufficio senza il rischio di incorrere nel reato di diffamazione, carcere preventivo debordante, prescrizione mai.

E ancora, sul terreno fiscale. Inversione dell’onere della prova, sequestro preventivo dei beni, studi di settore, prevalenza dei metodi induttivi di riscossione delle imposte. Che, spesso, non tengono conto della realtà. 
Così un Paese muore. 

E per vivere, deve immunizzarsi, difendersi,  da se stesso. 
Il “modello Genova”, cos’è? È un Paese che fugge dalla sua camicia di forza. 
Adesso si vuole applicare il “modello Genova” al Recovery Plan. Bene. Non può essere però solo una fuga. Una eccezione. Una somma di eccezioni. Occorre fare le regole. Rifarle. Le riforme. Di fisco e giustizia. Il Recovery è un percorso di crescita, non un ponte. Che non potrà correre per scorciatoie. Dovrà cambiare quello che siamo. Altrimenti non saremo.