di Mattia Silvestri

Diceva Confucio: saggezza e buon senso si ottengono in primis con la riflessione, che è la cosa più nobile. Speriamo sia questa la strada imboccata dallo SCHEER (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risk), che ha deciso di prendere tempo per la pubblicazione della versione definitiva del parere per la Commissione UE sulle sigarette elettroniche. Slitterà infatti a metà aprile la deadline del 4 marzo scorso richiesta dall’Esecutivo europeo. Il parere non sarà banale, perché serve a dare indirizzo regolamentare rispetto ai prodotti innovativi alternativi alle sigarette. Quest’anno sono attese dall’UE le Direttive sui prodotti del tabacco (TPD) e sulle accise (TED). La riflessione potrebbe essere la giusta occasione per riconsiderare come richiesto da quasi 700 rappresentanti del mondo medico-scientifico, da numerose associazioni di consumatori e dai produttori di sigarette elettroniche e in generale dei prodotti del cosiddetto fumo digitale, il fatto che la riduzione del rischio delle sigarette elettroniche rispetto a quelle tradizionali sia un principio da seguire per raggiungere l’ambizioso obiettivo di lungo periodo di dare vita a una generazione “zero tabacco”. Un ripensamento necessario, visto che la riduzione del rischio nella posizione preliminare resa pubblica dallo SCHEER è stata totalmente ignorata. 

Il parere definitivo dello SCHEER sull’introduzione del principio della riduzione del rischio assume una valenza ancora più significativa in Italia, visto che lo European Beating Cancer Plan ha già sollevato nel nostro Paese nei mesi scorsi un acceso dibattito sulla riduzione del rischio. L’obiettivo UE molto ambizioso di arrivare nel 2040 ad una generazione zero tabacco riducendo drasticamente il numero dei fumatori europei dal 25% al 5%, secondo diversi esperti italiani di salute pubblica sembra quasi irraggiungibile attraverso esclusivamente politiche di prevenzione orientate alla massima precauzione, senza dare ai fumatori nessuna alternativa e non sfruttando a pieno le potenzialità dell’innovazione tecnologica. Una strada di successo peraltro già intrapresa da Stati Uniti, Regno Unito e Nuova Zelanda, che hanno puntato decisamente sulla riduzione del rischio con prodotti innovativi sostenuti dalla Food and Drug Administration e dal Public Health of England. I ricercatori del King’s College di Londra che lavorano per il PHE appena un mese fa hanno ribadito che “le sigarette elettroniche sono il 95% meno dannose rispetto al fumo”, confermando che le sigarette elettroniche sono “uno strumento fondamentale per la lotta al fumo convenzionale”. Il Sistema Sanitario britannico ha concluso che “lo svapo è una soluzione migliore rispetto alla terapia sostitutiva della nicotina per smettere di fumare”. Ogni anno in Inghilterra oltre 50mila fumatori che altrimenti continuerebbero a fumare abbandonano le sigarette tradizionali con l’ausilio di quelle elettroniche. E quasi tre fumatori su 10 che cercano di smettere (27,2%) scelgono le e-cig per riuscire nell’impresa. Una vera e propria best practice.

Anche in Italia con la diffusione delle sigarette elettroniche e dei prodotti a tabacco riscaldato qualcosa ha iniziato a muoversi. Il Libro Blu 2019 dell’Agenzia Dogane e Monopoli ha sottolineato come negli ultimi due anni c’è stato un calo di quasi il 7% (6,80%) del consumo di sigarette, trainato dal consumo dei prodotti senza combustione.

Andrea Fontanella, direttore del Dipartimento di Medicina interna dell'Ospedale Buon Consiglio Fatebenefratelli di Napoli e presidente Fondazione Fadoi (Società scientifica di medicina interna) ha affermato: "Ridurre la percentuale dei fumatori in Europa dal 25% di oggi al 5% entro il 2040 è cosa buona e giusta, ma per farlo servirebbe un atteggiamento di praticità, invece quello della Commissione Ue è un provvedimento draconiano: non si possono equiparare le e-cig e il tabacco riscaldato alle sigarette tradizionali. L'obiettivo è giusto, ma la strada che si vuole percorrere è sbagliata. Chi troppo vuole alla fine nulla stringe. Peccato che il progetto sia accompagnato da una stretta su sigarette elettroniche e tabacco riscaldato, così non si va da nessuna parte”.

Dello stesso avviso Umberto Roccatti, Vicepresidente dell’Independent European Vape Alliance (IEVA) associazione europea che riunisce i produttori e i grossisti del settore: “La Commissione europea non può chiudere gli occhi di fronte a uno strumento che in molti Paesi ha già dimostrato grande successo ed è stato inserito nelle linee guida nazionali di lotta al tabagismo, come in Gran Bretagna, Francia, Canada e Nuova Zelanda, dove la politica sanitaria ha ridotto drasticamente la percentuale di fumatori in pochi anni passando dal 24% nel 2012 fino ad arrivare al 14% nel 2019. Chi ha iniziato ad utilizzare la sigaretta elettronica in un mercato altamente regolamentato come quello italiano ed europeo lo ha fatto anzitutto perché ha deciso di smettere di fumare o perlomeno di ridurre l’uso del tabacco tradizionale”.

All’UE servono ora più che mai saggezza e buon senso.

 

Photo Credits: I Nuovi vespri