di Alberto de Sanctis

A inizio settimana i presidenti di Stati Uniti e Cina si sono parlati per oltre tre ore in videochiamata. Nel loro primo vertice bilaterale (da remoto), Joe Biden e Xi Jinping hanno dichiarato di voler trovare un pacifico modus vivendi tra la superpotenza americana e lo sfidante cinese, soprattutto ora che la sfida fra i rivali planetari si sta acutizzando. Eventi del genere sono buoni soprattutto per il racconto di giornalisti e politologi, che difatti li aspettano e poi salutano come decisivi, mentre in realtà non spostano alcunché nella competizione fra i pesi massimi del pianeta. Questo perché l’agire dei leader è fortemente condizionato da fattori strutturali quali pulsioni e obiettivi di lungo periodo delle rispettive collettività, senza contare l’influenza altrettanto decisiva che hanno su di essi burocrazie e apparati statali.

A fronte di questi vincoli, il presidente di successo è colui che riconosce la traiettoria strategica del suo paese, non chi cerca di alterarla – con esiti spesso disastrosi. Più della dimensione istituzionale o personale dei leader, insomma, ciò che conta è lo scarto di potenza fra due soggetti geopolitici. Il bilaterale Biden-Xi è servito all’egemone americano per blandire il rivale asiatico ed evitare che la sua frustrazione finisca per far precipitare la situazione in un conflitto. Nell’Indo-Pacifico il contenimento anticinese di Washington è sempre più efficace, complice l’apporto di Giappone, Australia e India nell’ambito del dialogo quadrilaterale di sicurezza (il Quad) per arginare l’ascesa militare della Cina.

Queste potenze, inoltre, sostengono ciascuna a modo proprio la causa di Taiwan e collaborano in maniera crescente con gli americani per minare gli interessi cinesi in settori strategici come lungo la filiera produttiva dei semiconduttori. Pechino, da par suo, deve stare necessariamente al gioco di Washington per evitare che i confini con Afghanistan e India diventino caldi al punto da distrarla dalla conquista di Taipei e ha la necessità di focalizzarsi sulla gestione di dossier domestici come la bolla immobiliare (vedi il caso Evergrande), il divario costa-entroterra e i persistenti focolai di coronavirus.

In ballo ci sono la stabilità domestica del colosso asiatico e l’esito del prossimo Congresso nazionale del Partito, chiamato a definire la nuova leadership cinese e a inaugurare il terzo mandato di Xi alla guida del paese. Di qui la necessità di mostrare un volto dialogante, come testimoniato anche dallo scenografico quanto marginale accordo con gli americani sulla lotta al cambiamento climatico siglato in occasione del vertice Cop26 di Glasgow. Pechino ha promesso di prendere provvedimenti per abbattere gli alti livelli di anidride carbonica, ma difficilmente opererà taglia drastici all’impiego del carbone, perché ciò rischia di mettere a repentaglio l’andamento della sua economia che pesa come un macigno sull’umore della collettività nazionale e quindi sulla presa del partito sul paese.

Più che a decidere l’esito della battaglia ambientale, l’intesa scozzese serviva proprio a smussare le tensioni in vista del bilaterale Biden-Xi di questa settimana. Che difatti ha sanzionato lo status quo, dunque il vantaggio degli Usa nel duello per la supremazia planetaria con la Cina.

 

 

Photo Credits: United States Institute of Peace