di Ettore Maria Colombo 

“Il Rieccolo!”. Il Cavaliere torna sulla scena

Ritornato a Roma (e a Bruxelles) per riprendersi il proscenio della scena politica, dentro Forza Italia, il suo partito, e dentro il PPE. Bacchettante alleati ‘stabili’ (Salvini e Meloni) e avversari interni (Gelmini e Carfagna). Convinto di poter ‘davvero’ concorrere alla corsa per il Colle che si aprirà a gennaio del 2022 e, soprattutto, di avere concrete chanche di elezione.

Fisicamente re-impossessatosi dei suoi uffici ‘romani’, dopo il lungo e dorato esilio di Arcore, anche se – lontani, ormai, i tempi di palazzo Grazioli, ormai un guscio vuoto, si è trasferito nella storica villa, che si trova sull’Appia antica, di Zeffirelli che era la sua (gliel’aveva donata).

Soprattutto, tornato, politicamente, centrale, nelle scelte, ieri, Silvio Berlusconi, per una di quelle congiunzioni astrali che si verificano solo se c’è di mezzo Lui, è andato pure assolto in giudizio. Nella fattispecie, dal tribunale di Siena, “perché il fatto non sussiste” e nell’ambito della tranche ‘senese’ del processo Ruby Ter. Il Cav, in buona sostanza, è di nuovo ‘in palla’, e parecchio, pronto a usare la sua storica ‘bacchetta magica’ per rimettere in giusta carreggiata il centrodestra e portarlo, indenne, alla vittoria alle prossime elezioni politiche perché, come dice sempre Lui e come dice anche, invero, la storia repubblicana, “solo io le vinco, le elezioni” (nel 1994, nel 2001, nel 2008), anche se poi, magari, ‘perde’ la guida dei governi (nel 1994 e nel 2011 di sicuro),

Insomma, “LUI E’ TORNATO”, come da titolo di film che, tuttavia, riguardava Mussolini. Volendo, si potrebbe dirlo “il Rieccolo!”, come Indro Montanelli apostrofò il ‘cavallo di razza’ della Dc che fu, Amintore Fanfani, che – ogni tanto, a getto continuo – tornava sulla scena, se non si facesse, anche qui, un vero torto al Cav, ben superiore, per ‘statura’, al ‘piccolo’ Fanfani.

 

Il ‘sogno’ di Berlusconi resta quello del Colle

Ma c’è un altro processo, sempre sul caso Ruby, che è alle battute finali, la cui conclusione potrebbe cadere come una tegola, addosso al Cavaliere, entro l’anno, con una condanna, facendo evaporare ogni speranza di candidarsi al Colle. Prospettiva cui Berlusconi crede ancora. A tal punto che ha chiesto, a Salvini e Meloni, e pure ai gruppi minori del centrodestra ampie rassicurazioni che sarà Lui ‘il’ candidato di tutto il centrodestra, quando si apriranno le urne dei Grandi elettori per il Quirinale a gennaio 2022.

Ora, se è vero che il centrodestra, per la prima volta negli ultimi 40 anni, parte avvantaggiato (sulla carta, conta 450 grandi elettori, a un passo dai 505 che servono dal IV scrutinio in poi: in buona sostanza, basterebbero i voti dei centristi per ‘fare bingo’), è anche vero che le ‘garanzie’ e le ‘rassicurazioni’ che gli alleati danno ‘all’amico Silvio’ sanno più di quelle che si danno al nonno quando si promette di ‘rigare dritto’ che altro…

In ogni caso, Salvini la mette così, la questione: “Il centrodestra è unito sull'elezione del presidente della Repubblica e, dopo varie volte in cui era minoranza, stavolta partiamo in posizione di vantaggio”, dice il leader della Lega. Sul punto ha pure ragione, ma non considera né la classica entrata in campo dei ‘franchi tiratori’ e neppure il fatto che, chi entra Papa, di solito esce cardinale...

 

“Troppe rotture di c.”. L’audio rubato. Tra Salvini e Meloni non corre certo buon sangue

Detto ciò, tra Salvini e Meloni, continua a ‘non’ correre buon sangue, come dimostra l’audio rubato da Il Foglio.it e pubblicato proprio ieri.

“E ovvio che noi abbiamo un centrodestra al governo e uno all’opposizione. Però c’è modo e modo di stare all’opposizione. Si può concordare una quota comprensibile di rotture di coglioni, che però vada a minare il campo Pd e 5 stelle e non fatta scientemente per mettere in difficoltà la Lega e il centrodestra” è la frase “rubata” da un audio pubblicato dal Foglio.it al segretario della Lega Matteo Salvini durante la riunione con lo stato maggiore del partito che si è tenuto, sempre ieri, al teatro sala Umberto di Roma. Al centro della discussione c’era il risultato deludente del centrodestra alle elezioni amministrative e i difficili rapporti all’interno della coalizione.

Un monologo di oltre un’ora in cui Salvini ha voluto precisare che “la linea la fa il segretario” e che l’attività parlamentare avrà come orizzonte il 2023, cioè la scadenza naturale della legislatura, argomento che vede tutti i leghisti presenti assai entusiasti, tranne, forse, Giancarlo Giorgetti, che, nel frattempo è volato in missione politica, economica e diplomatica dai suoi amici negli Usa in una sorta di ‘diplomazia parallela’ a Salvini.

Ciononostante, questo non vuol dire che Mario Draghi non possa essere il prossimo presidente della Repubblica: “Draghi si candiderà al Colle, ma non ci saranno elezioni”, spiega. Il che vuol dire che potrebbe formarsi un quarto governo con una nuova maggioranza da formare in Parlamento (non è chiaro se con o senza Lega), che non è però la linea indicata dalla Meloni, che punta a spedire Draghi al Quirinale per ottenere, in cambio, elezioni politiche anticipate che, oggi, né Berlusconi, né tantomeno Salvini, auspicano.

 

I ‘tre amigos’ sorridono insieme nelle foto, ma vanno poco d’accordo su praticamente tutto…

Il guaio è che i ‘tre amigos’, concretamente, non sono d’accordo su quasi nulla. Al netto di alcune decisioni, che pure vengono prese (colloqui settimanali, un fronte comune sul Quirinale, il no a una riforma elettorale in senso proporzionale), restano molti i punti di attrito e di divisione tra Lega e FI da una parte e FdI dall’altra: i vaccini, il Green Pass, la manovra economica, ma anche come non si è trattato il tema della leadership né c'è stata un'autocritica per la sconfitta elettorale che FI - non è un mistero - attribuisce alle candidature sbagliate degli altri nelle grandi città.

 

Salvini e Meloni (ma non Berlusconi) vogliono e sperano che Mario Draghi salga al Colle…

Silvio Berlusconi, comunque, dopo l’incontro a tre, vola a Bruxelles per il pre-vertice del Ppe. Da una parte tiene aperta a sé stesso la porta per il Quirinale e dall’altra la chiude a chi, nel centrodestra, sembrava il candidato più quotato: Mario Draghi. “Berlusconi come lo vedo al Colle? Lo vedo in forma dopo un po’ di acciacchi dovuti al Covid”, dice il leader di FI, dimostrando che l’opzione Colle per lui esiste. E, a proposito dell’attuale presidente del Consiglio, aggiunge: “Draghi sarebbe certamente un ottimo presidente della Repubblica, mi domando se il suo ruolo attuale continuando nel tempo non porterebbe più vantaggi al nostro Paese”. Guarda caso, le stesse parole che usa dire Enrico Letta, sull’argomento (“teniamoci stretto Draghi fino al 2023”). A dar corda alla narrazione di Berlusconi, è, però, il leader del Carroccio, Matteo Salvini: “Berlusconi sta decidendo. Ovviamente, se decidesse di scendere in campo lui, come leader di uno dei partiti del centrodestra, avrebbe tutto il nostro sostegno ma dovete chiederlo a lui” – che poi è un modo per dire e non dire.

 

Ma il vero dramma scoppia dentro gli azzurri

Ma, al netto delle diversità di vedute sul Colle, è in Forza Italia che scoppia lo psicodramma. Il partito è, ormai, sull’orlo di una vera scissione.

Già nel pomeriggio di mercoledì, poco dopo il vertice dei tre leader, era trapelato lo sfogo della ministra Mariastella Gelmini che dice, secca: “Noi ministri siamo stati tagliati fuori dai tavoli con Berlusconi, dipinti come nemici”. Il contesto è l’assemblea chiamata ad eleggere il successore di Roberto Occhiuto, diventato governatore della Calabria e che vede vincere il candidato dell’asse ‘sovranista’ dentro gli azzurri, quello che fa capo alla senatrice Licia Ronzulli e all’avvocato Niccolò Ghedini contro l’ala liberal e moderata, quella di Carfagna-Gelmini-Brunetta.

La conta la vince il candidato dei primi, che riceve l’imprimatur di Berlusconi, Paolo Barelli, e la perde il candidato dei moderati, il deputato Sestino Giacomoni. La novità, e pure la notizia, è che, per la prima volta, dentro FI si ‘vota’ e ci si ‘conta’, in quel partito non si è abituati a farlo.

Berlusconi, da Bruxelles, reagisce assai inviperito e dice: “Parliamo di problemi concreti e cose serie. Le dichiarazioni di Gelmini sono contrarie alla realtà”. Il gelo cala dentro FI.

Eppure, anche il ministro Renato Brunetta – che ha organizzato una cena dei ‘rivoltosi’ a casa sua, palazzo Vidoni, sempre mercoledì sera, ribadisce le accuse: “Inutile ignorare quanto accaduto ieri tra persone che ambiscono solo a rilanciare Forza Italia, che ha un'occasione da cogliere ma vive un momento di difficoltà innegabile. Il malcontento c'è, è diffuso, Gelmini ne ha dato corretta raffigurazione, e io stesso l'ho ribadito ieri pomeriggio al presidente Berlusconi, presente Tajani”. Sulla stessa linea, ovviamente, la ministra per il Sud, Mara Carfagna: “Quello che ho da dire su Forza Italia l'ho già detto stamattina. Non si è trattato di uno sfogo della ministra Gelmini, ma di una denuncia politica sulla gestione del partito che è largamente condivisa da molti parlamentari, dirigenti, molti amministratori ed eventualmente anche molti elettori”. Morale, un annuncio, oltre che una minaccia, di scissione in piena regola.

Il clima resta teso come una corda di violino e sul punto di spezzarsi, forse in via definitiva. Quando si tratterà di votare per il nuovo Capo dello Stato, se l’ala liberal e moderata voterà – per dire – per Casini (cui Renzi va facendo da talent scout e cerca già voti per lui, in Parlamento), la rottura sarà insanabile e la scissione inevitabile, in FI.

 

 

Photo Credits: Il Messaggero