di Daniele Capezzone

Strano destino per una piccola rubrica settimanale che si intitola “Rischi (non) calcolati” e che questa settimana si occupa di un annuncio di Mario Draghi all’insegna del “rischio calcolato”…

Chi scrive è tra coloro che - da un lato - ritengono ancora troppo limitate e troppo lente le riaperture comunicate dal governo, ma - dall’altro - le giudicano comunque un positivo e attesissimo punto di svolta, anche psicologico.

Militano a favore della delusione alcuni fattori oggettivi: la permanenza del coprifuoco (roba da stregoneria), i misteri illiberali del pass tra regioni, il supplemento di lockdown imposto ancora per un po’ a piscine e palestre, e l’oggettiva ingiustizia patita dai ristoratori sprovvisti di spazi all’aperto. E’ auspicabile, come ho proposto nel weekend sulla Verità, che il governo vari subito il relativo decreto legge (operativo dal 26) e che contemporaneamente le Camere si impegnino a convertirlo in tempi ultrarapidi, magari in 10 anziché in 60 giorni, in modo che le eventuali modifiche migliorative non entrino in vigore tra due mesi, a babbo morto, ma in un fazzoletto di giorni.

Eppure, a ben vedere, prevale la valutazione positiva. Dopo molti mesi, per la prima volta, parliamo di protocolli di riapertura e non di chiusura. La spinta dell’opinione pubblica, dei ristoratori, dell’economia reale, ha avuto un peso decisivo nel convincere il governo a una svolta.

Solo chi vive dentro la realtà di un’impresa sa cosa voglia dire - pur tra mille difficoltà - sapere che si può ripartire. Mettetevi nei panni del titolare di un esercizio bloccato per mesi, che finalmente “vede” la riapertura: può di nuovo rivolgersi ai fornitori, può richiamare i dipendenti, può andare a incontrare il direttore di banca con la prospettiva di un qualche incasso (pur limitato), può rassicurare il proprietario delle mura sul fatto che gli affitti saranno pagati. Può sentirsi di nuovo vivo e in battaglia, anziché bersaglio immobile.

I problemi non si cancellano, figurarsi. Le prospettive di chiusura e fallimento restano, come una tempesta in arrivo, che si fa intuire da certi inquietanti segnali. E i primi a saperlo sono proprio gli imprenditori, che amano la loro creatura aziendale, ma non sono certo ingenui o illusi, al punto da non vedere quanto la strada sia stretta e in salita. Lo sanno benissimo. Ma, per la prima volta da tempo, sono di nuovo in condizione di combattere, di provarci.

Gli statalisti di andata e di ritorno, i nemici del privato, pensano che un’azienda sia solo un affare di conti. Non capiscono che al cuore di un’impresa c’è – in primo luogo – l’”intrapresa”, l’avventura del singolo e di chi collabora con lui, il desiderio di realizzare qualcosa e farlo crescere, di trovare il proprio posto nella società e nel tempo in cui si vive.

E’ questa Italia che ha bisogno di un incoraggiamento speciale, in vista del 26 aprile prossimo. Ogni serranda che si riapre, ogni saracinesca che si rialza, è un po’ di ossigeno che torna a farci respirare.