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Zootecnia italiana tra concentrazione produttiva e dipendenza dall’estero
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Negli ultimi anni la zootecnia bovina italiana ha attraversato una fase di profonda trasformazione, segnata dalla riduzione del numero di allevamenti, dalla crescita delle importazioni e da un contesto internazionale sempre più competitivo. Serafino Cremonini, presidente di Assocarni, conosce bene le criticità strutturali del settore, il ruolo delle politiche pubbliche e le leve necessarie per rafforzare la base produttiva nazionale. E avverte: «Abbiamo una base produttiva insufficiente, che rende l’Italia dipendente dai ristalli esteri».
Negli ultimi dieci anni hanno chiuso 19 mila stalle: è solo un problema dimensionale o stiamo perdendo un pezzo strutturale della zootecnia italiana?
«Il dato va letto in modo equilibrato. C’è stata una concentrazione: hanno chiuso soprattutto allevamenti piccoli, mentre quelli più strutturati si sono rafforzati. Questo processo ha consentito a una parte del settore di restare competitiva anche in un contesto europeo complesso. Allo stesso tempo però il patrimonio zootecnico complessivo si è ridotto e questo ha inciso sulla capacità produttiva del Paese. La filiera ha dimostrato capacità di adattamento, ma permangono criticità strutturali legate alla riduzione della base produttiva. Il rischio è che la perdita numerica degli allevamenti si traduca, nel medio periodo, in una perdita di massa critica produttiva e di presidio del territorio. La sfida oggi è rafforzare la base produttiva nazionale e riportare investimenti in allevamento, evitando che la razionalizzazione si trasformi in un indebolimento strutturale del settore».
Oggi la carne bovina italiana copre appena il 37% dei consumi: quali sono i principali colli di bottiglia?
«Il limite principale è una base produttiva insufficiente, che rende l’Italia dipendente dai ristalli esteri. Questa dipendenza espone il settore a maggiore volatilità dei prezzi e a rischi di approvvigionamento. Negli ultimi anni abbiamo visto come problemi sanitari o riduzioni dell’offerta nei Paesi fornitori abbiano un impatto diretto sui costi e sulla disponibilità di capi. A questo si sommano costi elevati e difficoltà di investimento. Rafforzare la produzione nazionale è quindi una priorità, non solo per aumentare l’autosufficienza, ma anche per rafforzare la tenuta complessiva della filiera, riducendo l’esposizione a shock esterni; ed è in questo quadro che Coltiva Italia rappresenta un intervento importante, perché mette risorse proprio sul rafforzamento della filiera».
Quanto pesa il nuovo equilibrio globale dei consumi sulla sicurezza delle forniture europee e italiane?
«Pesa perché aumenta la competizione e la volatilità dei mercati. In Europa la produzione è in contrazione e questo rende più fragile l’equilibrio delle forniture. La crescente domanda globale di proteine animali e la concentrazione dell’offerta in poche aree del mondo accentuano queste tensioni. In questo contesto, per Paesi strutturalmente importatori come l’Italia, diventa ancora più importante ridurre le fragilità interne e garantire reciprocità negli scambi, affinché le importazioni rispettino gli stessi standard produttivi e sanitari richiesti ai produttori europei, evitando distorsioni competitive a danno delle imprese nazionali».
Lei dice che il problema non è la domanda ma la capacità produttiva: cosa serve per invertire la tendenza?
«La domanda tiene, il nodo vero è la capacità produttiva. Servono politiche che diano stabilità, orizzonte agli investimenti e sostegno alla ricostruzione del patrimonio zootecnico, oltre a una maggiore integrazione di filiera, permettendo alle imprese di programmare nel medio-lungo periodo. In particolare è fondamentale ridare fiducia agli allevatori, perché senza una prospettiva chiara molti rinviano gli investimenti. La capacità produttiva non si ricostruisce in pochi mesi: servono continuità e coerenza nelle politiche di sostegno».
La possibile riduzione delle risorse PAC dal 2028 quanto rischia di incidere sugli allevamenti?
«Il rischio esiste, soprattutto se la PAC dovesse perdere efficacia e focalizzazione. Per un settore già sotto pressione, una riduzione delle risorse potrebbe incidere negativamente su redditività e investimenti. La zootecnia ha bisogno di strumenti mirati, non generici, che tengano conto dei costi specifici dell’allevamento e del ruolo strategico che svolge nelle aree rurali. È fondamentale mantenere strumenti che sostengano la competitività delle imprese zootecniche».
La linea vacca-vitello è davvero la chiave per ridurre la dipendenza dai ristalli esteri?
«È una delle leve più importanti. Rafforzare la linea vacca-vitello significa aumentare i capi allevati in Italia, mantenere un presidio produttivo e ambientale sul territorio, e rendere la filiera meno vulnerabile alle crisi esterne. È una scelta strategica che agisce alla radice del problema della dipendenza dall’estero. Inoltre consente di valorizzare aree marginali e interne, dove l’allevamento svolge una funzione economica e sociale insostituibile».
Come rendere la zootecnia più attrattiva per i giovani allevatori e garantire continuità industriale?
«Servono redditività, stabilità e prospettive chiare. Con regole certe, strumenti adeguati e una visione di lungo periodo, la zootecnia può tornare ad essere attrattiva anche per i giovani e garantire continuità industriale alla filiera, rafforzando il ricambio generazionale e la sostenibilità del settore nel tempo. I giovani chiedono soprattutto accesso al credito e strumenti per investire nella modernizzazione delle aziende, oltre a innovazione e semplificazione. Se queste condizioni vengono create, la zootecnia può tornare a essere una scelta imprenditoriale credibile».





