Food

Dieta Mediterranea: il paradosso del Sud. Perché mangiare sano è diventato un lusso (soprattutto in estate)

12
Aprile 2026
Di Elisa Tortorolo

Mangiare bene fa bene alla salute, ma sempre meno al portafogli. In un’Italia che ha fatto della Dieta Mediterranea il proprio vessillo culturale e salutistico, la realtà economica sta presentando un conto salatissimo. Secondo il recente studio “The economic feasibility of sustainable and healthy diets: a price-based analysis in Italy”, pubblicato su Quality & Quantity, il costo per mantenere un regime alimentare sano e sostenibile è lievitato del 20% tra il 2021 e il 2024.

La ricerca, firmata dall’Università di Pisa, della Tuscia e di Roma Tor Vergata, scatta una fotografia impietosa del potere d’acquisto degli italiani a tavola, evidenziando due variabili critiche: la stagionalità e la geografia.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la disponibilità di frutta e verdura fresca nei mesi caldi non abbassa i prezzi, anzi. Lo studio evidenzia che la spesa per una dieta sana tocca i suoi picchi proprio in primavera ed estate. Per un uomo adulto, il paniere “sano” supera stabilmente i 200 euro mensili nei mesi caldi, contro i circa 150-160 euro dei mesi invernali. Un trend simile si riscontra per le donne adulte (da 156€ in inverno a 208€ in estate) e per gli adolescenti. L’unica eccezione riguarda i bambini piccoli, per i quali i costi aumentano in inverno a causa delle esigenze nutrizionali specifiche che richiedono prodotti meno soggetti alla stagionalità agricola standard.

Il dato più sorprendente e socialmente allarmante riguarda però la distribuzione territoriale. Sebbene i prezzi medi e massimi siano fisiologicamente più alti al Nord (trainati dal costo della vita più elevato nelle grandi metropoli), il Sud detiene un primato negativo: i prezzi minimi sono più alti. Ciò significa che per un cittadino del Mezzogiorno che volesse risparmiando il più possibile (“cercando l’offerta”), la soglia minima di ingresso per una dieta sana è più alta rispetto a quella di un cittadino del Nord.

Le cause identificate dai ricercatori sono di natura strutturale: al Sud la Grande Distribuzione Organizzata è meno capillare. La mancanza di grandi poli logistici e di una concorrenza serrata tra catene di supermercati impedisce l’abbattimento dei prezzi che invece avviene nel Settentrione grazie alle economie di scala. Inoltre, la frammentazione della rete distributiva rende più costoso portare i prodotti freschi sugli scaffali, pesando sulle tasche dei consumatori finali.

Il quadro che emerge è quello di una “povertà alimentare” che non riguarda solo la quantità di cibo, ma la sua qualità. Se per seguire la Dieta Mediterranea una famiglia deve affrontare rincari del 20% in tre anni, il rischio è una deriva verso regimi alimentari meno sani, basati su cibi ultra-processati, più economici ma dannosi per la salute pubblica a lungo termine. “Lo studio evidenzia l’importanza di strumenti di monitoraggio e di politiche attente alle fasce più vulnerabili”, sottolinea il professor Stefano Marchetti, dell’Università di Pisa. In un contesto di inflazione alimentare che stenta a rientrare, l’accessibilità economica a una dieta sostenibile rischia di diventare il nuovo fronte della disuguaglianza tra Nord e Sud, e tra chi può permettersi la prevenzione a tavola e chi no.

Articoli Correlati