Fill the gap

Minori in affido, Onori: mai più invisibili

18
Marzo 2026
Di Giampiero Cinelli

«Bambini nati in Italia, cresciuti in famiglie italiane, eppure intrappolati in un limbo amministrativo che li rende invisibili: non apolidi, non italiani, non riconosciuti dal Paese d’origine. Non possono ottenere un documento che permetta l’espatrio, non possono essere visti dalle istituzioni, anche perché non sappiamo nemmeno quanti sono. È un prezzo inaccettabile che la nostra società paga per non aver saputo rispondere a queste sfide. Questi ragazzi meritano diritti, non abbandono». Parole nette quelle di Federica Onori, deputata di Azione e segretaria della Commissione Esteri, a margine della conferenza tenutasi alla Camera dal titolo “Minori invisibili: come uscire dal limbo amministrativo?“.

«Dove le istituzioni non arrivano, arrivano le associazioni di volontariato e il coraggio straordinario di famiglie che ogni giorno si fanno carico di una situazione che lo Stato non ha saputo risolvere. La conferenza ha dimostrato che su temi come questo, che vanno al di là delle ideologie, è possibile un dialogo trasversale e costruttivo. Continueremo a lavorarci: lo abbiamo fatto con un’interpellanza in Aula, lo abbiamo fatto dando voce a chi vive questa realtà, e non ci fermeremo finché questi minori non avranno le tutele che meritano», ha concluso Onori.

Il fenomeno dei cosiddetti “minori invisibili” si inserisce in una zona grigia dell’ordinamento italiano, dove norme sulla cittadinanza, diritto dell’immigrazione e tutela dei minori non riescono a dialogare in modo efficace. Si tratta spesso di bambini nati in Italia da genitori stranieri in condizioni irregolari o provenienti da Paesi che non riconoscono automaticamente la cittadinanza per discendenza, oppure di minori arrivati molto piccoli e mai formalmente registrati presso consolati o autorità competenti. In questi casi, l’assenza di un riconoscimento giuridico pieno si traduce nell’impossibilità di ottenere documenti di identità, di viaggiare, ma anche di accedere con continuità ad alcuni servizi fondamentali, con ricadute che vanno dall’istruzione alla sanità fino all’inserimento sociale. Alla radice del problema c’è anche l’impianto della legge italiana sulla cittadinanza, ancora fortemente ancorato al principio dello ius sanguinis. Questo significa che nascere in Italia non è sufficiente per essere riconosciuti cittadini, e che l’eventuale acquisizione della cittadinanza è legata a percorsi lunghi, complessi e spesso incerti.

Per i minori che non riescono a dimostrare formalmente un legame con il Paese di origine dei genitori, o che si trovano in situazioni familiari fragili, il rischio è quello di restare sospesi in una condizione di non riconoscimento che può protrarsi per anni. Una condizione che, pur non configurando sempre una vera e propria apolidia giuridica, ne riproduce molti effetti concreti. In questo contesto, il peso della gestione quotidiana ricade spesso sulle famiglie affidatarie e sulle associazioni, che si trovano a supplire alle carenze del sistema. Non si tratta solo di un supporto materiale, ma anche di un lavoro complesso di accompagnamento burocratico e legale, necessario per tentare di ricostruire identità amministrative spesso frammentate o inesistenti. È qui che emerge con forza il ruolo di realtà come il CARE e di professionisti del diritto che operano in questo ambito, cercando di costruire percorsi individuali in assenza di soluzioni strutturali. Uno degli aspetti più critici è proprio la mancanza di dati ufficiali. L’assenza di una rilevazione sistematica rende difficile quantificare il fenomeno e, di conseguenza, progettare interventi mirati. Si tratta di una invisibilità che è allo stesso tempo causa ed effetto del problema: senza riconoscimento amministrativo, questi minori non entrano nelle statistiche; senza dati, il fenomeno fatica a diventare una priorità politica.

Il confronto emerso durante la conferenza ha messo in luce la necessità di interventi su più livelli: dalla semplificazione delle procedure per il riconoscimento dell’identità giuridica, fino a una riflessione più ampia sulla legge sulla cittadinanza. Tra le ipotesi in discussione vi sono strumenti che consentano un riconoscimento più rapido per i minori stabilmente inseriti nel tessuto sociale italiano, così come meccanismi di tutela specifici per evitare che situazioni di incertezza amministrativa si traducano in una compressione dei diritti fondamentali. Un terreno complesso, che tocca equilibri politici sensibili ma che, come sottolineato dagli intervenuti, riguarda prima di tutto la tutela dell’infanzia. Con Onori alla conferenza hanno preso parte Chiara Penna, avvocato penalista e criminologa; Anna Guerrieri, presidente del CARE – Coordinamento nazionale associazioni familiari adottive e affidatarie; Samuele Corsi e Antonella Cozza, genitori affidatari. Ha moderato l’incontro Noemi Cautiero, giornalista de Il Messaggero.

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