Fill the gap
Congedo mestruale tra tutela della salute e rischio stigma: il caso spagnolo e il dibattito italiano
Di Beatrice Telesio di Toritto
Il tema del congedo mestruale è tornato nel dibattito pubblico italiano come tra i temi più delicati nel rapporto tra lavoro, salute e differenze di genere. Una discussione che si muove su un terreno complesso, dove istanze di tutela e riconoscimento dei diritti si intrecciano con timori culturali, organizzativi e occupazionali. L’idea di consentire alle lavoratrici di assentarsi nei giorni di ciclo mestruale particolarmente doloroso viene letta da alcuni come un passo di civiltà, da altri come una misura potenzialmente controproducente, capace di rafforzare stereotipi e produrre nuove forme di discriminazione indiretta. In questo quadro, il confronto con quanto accaduto in Spagna aiuta a spostare il dibattito da un piano puramente simbolico a uno più concreto, legato all’efficacia reale delle politiche pubbliche.
La Spagna, primo Paese europeo ad aver introdotto nel 2023 un congedo mestruale riconosciuto dal sistema sanitario, ha infatti mostrato come il riconoscimento formale di un diritto non coincida automaticamente con il suo utilizzo. I dati successivi all’entrata in vigore della misura indicano un ricorso estremamente limitato allo strumento, a fronte di una platea potenzialmente ampia, suggerendo che il problema non risieda nell’assenza di bisogno ma piuttosto in fattori culturali e sociali ancora fortemente radicati. Molte lavoratrici sembrano aver rinunciato a usufruire del congedo per il timore di esporsi sul luogo di lavoro, di essere percepite come meno affidabili o di dover giustificare medicalmente un’esperienza che continua a essere vissuta come intima e privata.
È proprio qui che si innesta una delle critiche principali alla misura: il rischio che, invece di normalizzare il tema della salute mestruale, il congedo finisca per renderlo ancora più visibile e, paradossalmente, più stigmatizzante. Una tutela pensata per ridurre le disuguaglianze potrebbe così rafforzarle, soprattutto in contesti professionali già segnati da divari di genere, incidendo in modo indiretto sui percorsi di carriera, sui processi di selezione e sulla percezione della piena disponibilità delle donne al lavoro.
In Italia il confronto resta per ora confinato tra proposte parlamentari mai approdate a una sintesi condivisa e sperimentazioni volontarie in alcune aziende, spesso inserite in pacchetti di welfare più ampi. La cautela riflette le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano, segnato da un’elevata precarietà e da una partecipazione femminile ancora bassa, dove ogni misura che incida sull’organizzazione del lavoro viene valutata anche alla luce dei possibili effetti sull’occupabilità.
In questo contesto, il congedo mestruale appare a molti come una risposta parziale a un problema più ampio, che riguarda la capacità delle imprese e delle istituzioni di riconoscere e gestire i bisogni di salute senza creare categorie rigide o nuove etichette. Non a caso, una parte del dibattito si sta spostando verso soluzioni alternative, come una maggiore flessibilità oraria, l’estensione del lavoro agile e una gestione più personalizzata delle assenze per motivi di salute, valide per tutti e non legate esplicitamente al genere. L’esperienza spagnola mostra come, senza un cambiamento culturale profondo, il rischio sia quello di introdurre diritti che restano sulla carta, utilizzati poco e vissuti con ambivalenza. Il confronto sul congedo mestruale diventa così una cartina di tornasole della maturità di un sistema economico e sociale, chiamato a conciliare tutela della salute, neutralità delle politiche del lavoro e superamento dei tabù che ancora circondano il corpo femminile. Finché il tema resterà confinato tra imbarazzi e contrapposizioni ideologiche, ogni intervento rischierà di avere più valore simbolico che impatto reale sulla vita delle lavoratrici.






