Esteri

Militari più cauti di certi commentatori “civili”

15
Marzo 2022
Di Daniele Capezzone
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Tra i molti paradossi della copertura mediatica della crisi russo-ucraina, c’è anche una curiosa inversione dei ruoli che, in altro contesto, ciascuno immaginerebbe o avrebbe immaginato.

Il punto di partenza da non dimenticare mai, nel decifrare e nel decrittare la rappresentazione mediatica di un evento, è il gioco delle parti, la (più o meno concordata, più o meno casuale, più o meno accettata) distribuzione dei ruoli e delle maschere nel “copione” di un dibattito: c’è il commentatore più atlantista (o presunto tale), c’è quello più russofilo, c’è quello che (sotto l’apparenza di un approccio più articolato e problematico) è in realtà funzionale all’uno o all’altro taglio possibile del racconto. E fin qui, la chiave di lettura, anche per il telespettatore meno avvertito, è abbastanza facile: per capire dove un programma tv voleva o vuole andare a parare, è sufficiente una banale “conta” delle voci schierate a sostegno dell’uno o dell’altro orientamento, o – analisi appena più sofisticata – una riflessione sul fatto che a sostenere una tesi sia stato chiamato un osservatore dialetticamente più efficace o meno efficace. E’ lì, al momento della selezione degli ospiti, che si sceglie o si tenta di scegliere ciò che “deve” arrivare (cioè si desidera che arrivi) al telespettatore.

Come si vede, niente di particolarmente diverso, rispetto alle elementari tecniche di influenza e di manipolazione proprie di qualunque dibattito, su qualunque altro argomento: nulla di speciale.

Eppure – al netto delle tesi sostenute nel merito dall’uno o dall’altro interlocutore e dalla funzionalità di ciascuno al tipo di racconto voluto dagli autori di un programma – stavolta si assiste a un cortocircuito abbastanza inedito: sono i militari, in genere, con un certo grado di saggezza, a suggerire un approccio prudente, a consigliare di esaminare più scenari e non uno soltanto, a indicare i rischi legati a una certa opzione. Al contrario, sono i commentatori civili (nel senso di: non militari) a manifestare spesso un atteggiamento più ideologico, più nervoso, meno propenso a soppesare le conseguenze di un certo atto, di una certa mossa.

A ben vedere, tutto ciò è anche logico: chi la guerra la conosce davvero, è meno impulsivo, meno frettoloso; chi invece ha la riserva mentale che poi il costo sul terreno lo pagherà qualcun altro, tende a essere – diciamo – più disinvolto, per non dire più superficiale. Eppure, un poco di stupore rimane: da alcuni analisti ci si attenderebbe equilibrio, testa fredda, propensione alla razionalità. Sostengano pure nel merito (ci mancherebbe) la tesi che preferiscono, ma evitino – se possono – di giocare, di ultrasemplificare, di tagliare tutto con l’accetta. Stavolta non è un videogame.

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