Esteri

La comunicazione di Zelensky sta funzionando? Al suo consenso certamente

08
Aprile 2022
Di Giampiero Gramaglia

Quando venne eletto, nella primavera del 2019, a molti, quasi a tutti, parve l’epigono degli “istrioni al potere” di questo scorcio di XXI Secolo: una serie inaugurata da Silvio Berlusconi, antesignano nel ruolo, e portata all’apice da Donald Trump: l’imprevedibilità e l’incompetenza esaltate a “titoli di merito” e mescolate con buone dosi di populismo e qualunquismo e, soprattutto, alla capacità d’interpretare gli umori della gente, cioè di conquistare il favore degli elettori. Al presidente attore Zelensky, poi, l’appellativo di istrione sembrava tagliato su misura: lui era un attore e il titolare di una compagnia di produzione – Kvartal 95 – divenuto popolare recitando il ruolo del presidente in una serie televisiva intitolata Servitore del Popolo – nulla a che vedere, come qualità di prodotto e livello di interpretazione con West Wing e Martin Sheen -; e il suo partito si chiama proprio così, Servitore del Popolo.

Ma nella crisi con la Russia, prima, e dopo l’invasione, ora, quell’ometto che come attore ricordava un po’ il Mr. Bean di Rowan Atkinson ha saputo ritagliarsi un nuovo ruolo che gli calza a pennello. E gli autori dei discorsi e i costumisti lo assecondano molto bene: Parlamento che vai, citazione che trovi; e sempre la maglietta militare, che non è aggressiva come la mimetica, ma che fa passare l’idea di una mobilitazione popolare.

Il presidente attore è divenuto il simbolo e l’ambasciatore della resistenza ucraina. Parla nelle strade di Kiev e nei Parlamenti di mezzo mondo: evoca l’11 Settembre al Congresso Usa; cita Churchill e la lotta contro il nazismo ai Comuni britannici; richiama Verdun all’Assemblea nazionale francese, il Muro al Bundestag tedesco, Guernica alle Cortes spagnole; paragona Mariupol distrutta a Genova al Parlamento italiano; agli irlandesi dice che la Russia vuole affamare l’Europa come all’epoca della carestia delle patate. Solo in un caso, proprio quando lui ebreo crede di giocare in casa, sbaglia misura: alla Knesset non piace il paragone tra la guerra in Ucraina e l’Olocausto, forse anche perché non tutti hanno dimenticato che molti ucraini combatterono per il Terzo Reich.

Questa settimana, l’intervento di maggior impatto, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per chiedere “un tribunale sul modello di Norimberga” che giudichi i colpevoli dei crimini di guerra in Ucraina, nonostante né la Russia né l’Ucraina e neppure gli Stati Uniti riconoscano la Corte di giustizia internazionale.

Nell’intervento dai toni forti, chiuso da un applauso non corale, il presidente attore Zelensky evoca i crimini di guerra attribuiti ai militari russi e lancia un’invettiva: «La Russia vuole uccidere più civili possibile… Dove sono le garanzie che deve dare l’Onu? Dov’è la pace che il Consiglio di Sicurezza deve costruire? I russi vogliono ridurci in schiavitù».

Il discorso all’Onu è stato una successione di denunce: le azioni dei russi in Ucraina sono come quelle di «organizzazioni terroristiche tipo l’Isis»; Mosca vuole «distruggere ogni diversità etnica e religiosa»; centinaia di migliaia di ucraini sono stati deportati in Russia; alcune dei civili uccisi «sono stati fucilati per strada, altri sono stati gettati nei pozzi, sono stati schiacciati dai carri armati mentre erano nelle loro auto, sono stati uccisi nei loro alloggi, le loro case sono state fatte saltare». E un video mostra immagini raccapriccianti di civili, inclusi bambini, uccisi a Irpin, Dymerka, Motyzhin: «Quello che abbiamo visto a Bucha lo abbiamo visto altrove».

Non è il linguaggio di chi vuole negoziare, di chi a fine marzo pareva pronto a venire a patti. Zelensky mette in dubbio l’ipotesi di un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, mentre Mosca torna a puntualizzare: «Solo dopo un accordo». L’ eroe di Kiev rilancia: «La questione non è se o meno negoziare, ma quanto s’è forti al tavolo della trattativa».

Qualcosa è cambiato: gli ucraini si sono convinti, o qualcuno o qualcosa li ha convinti, di potere vincere questa guerra, di potere sconfiggere e cacciare gli invasori russi. E l’Occidente, con il mix di armi a Kiev e sanzioni contro Mosca, li sostiene e, quindi, alimenta il conflitto.

E Zelensky ha compiuto la sua ennesima mutazione: da attore a presidente di un Paese dilaniato dalle tensioni interne e corroso dalla corruzione, che si espone al ricatto di Donald Trump – aiuti solo a patto di un’indagine su Biden -; da eroe della resistenza a condottiero della controffensiva.

Eppure, prima dell’invasione Zelensky pareva a priori sconfitto. A metà mandato circa, il suo tasso di approvazione era drammaticamente sceso: solo tre ucraini su dieci auspicavano una sua ricandidatura nel 2024 e meno di uno su quattro, il 23%, avrebbe rivotato per lui.

Se uno degli obiettivi della pressione di Putin sulle frontiere ucraine era sbarazzarsi del presidente attore Zelensky, bastava attendere le prossime elezioni, senza bisogno d’imbarcarsi in avventure militari. Anche se, nei loro trent’anni d’indipendenza e di approssimativa democrazia, gli ucraini si sono dimostrati piuttosto volatili alle urne, avvicendando sette presidenti – uno solo confermato – e rendendosi protagonisti di due sommosse popolari (l’ultima, nel 2014, rovesciò il presidente filo-russo democraticamente eletto Viktor Janucovych). E succede pure che i presidenti, esaurito il mandato, finiscano sotto processo, come sta avvenendo al predecessore di Zelensky Petro Poroshenko.

L’attore che voleva essere presidente aveva promesso in campagna elettorale di dialogare coi ribelli del Donbass, russofoni e filo-russi, e di porre termine al conflitto; e sul fronte interno di sconfiggere la corruzione. Nessuna delle sue promesse era stata mantenuta. Ma chi le ricorda più? Adesso che c’è un nemico da cacciare.