Mentre Stati Uniti e Israele conducono operazioni militari dirette contro l’Iran – con l’Operazione Epic Fury che ha ucciso il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei fin dai primi raid aerei congiunti di sabato 1° marzo, insieme a decine di alti dirigenti tra cui il capo dell’IRGC Mohammad Pakpour e altri figure chiave della difesa – l’Europa appare relegata a un ruolo marginale, quasi spettatrice, informata a cose fatte e costretta a inseguire gli eventi con comunicati preoccupati e mosse diplomatiche tardive.Pochi funzionari europei erano stati messi al corrente in anticipo dei raid. Hannah Neumann, presidente della delegazione del Parlamento Europeo per le relazioni con l’Iran, ha confidato che «molto poche persone» sono state avvertite. Persino Friedrich Merz, cancelliere della principale economia del continente, ha ricevuto la notizia solo pochi minuti prima dell’attacco.
Quattro giorni dopo l’inizio delle ostilità, l’Unione Europea constata un vuoto di potere a Teheran che potrebbe avere conseguenze economiche pesantissime per il blocco, mentre Merz si prepara a volare a Washington per un incontro con Donald Trump. La morte di Khamenei, confermata dai media iraniani e dallo stesso Trump, ha accelerato una transizione caotica: già domenica 2 marzo, Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha annunciato l’avvio del processo per scegliere un nuovo leader supremo, con la formazione imminente di un consiglio di transizione provvisorio composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehei e da un giurista del Consiglio dei Guardiani, Ayatollah Ali Reza Arafi. Secondo le autorità iraniane, il nuovo leader potrebbe essere eletto in uno o due giorni, ma il vuoto di comando ha già generato divisioni interne e reazioni contrastanti: mentre alcuni iraniani celebravano in strada la fine del regime, altri piangevano il leader in proteste e lutti ufficiali in vari paesi. Le prime reazioni ufficiali da Bruxelles sono arrivate subito dopo i primi colpi: Ursula von der Leyen e Alberto Costa hanno diffuso una dichiarazione in cui esprimevano «profonda preoccupazione» e riaffermavano l’impegno dell’UE per la sicurezza e la stabilità regionale.
La domenica successiva l’Unione ha annunciato la disponibilità a proteggere i propri interessi anche con nuove sanzioni. Ma proprio qui si è aperto uno scarto significativo: Merz ha preso le distanze da quella linea, sostenendo apertamente che le sanzioni non hanno mai funzionato con Teheran e che, in questo frangente, l’uso della forza appare una risposta appropriata. Von der Leyen stessa ha spinto oltre, invocando su X una «transizione credibile in Iran» come urgente necessità per ridurre l’escalation e riflettere le «aspirazioni democratiche del coraggioso popolo iraniano», aprendo a una speranza di rinnovamento per gli oppressi e segnando un netto cambio di rotta nella posizione europea, criticato duramente da alcune forze di sinistra al Parlamento come un endorsement esplicito al regime change. Nel discorso pronunciato domenica, il cancelliere tedesco ha usato parole insolitamente dirette: l’Europa non è stata in grado di difendere i propri interessi vitali con la forza militare quando serviva, e per questo non è il momento di fare la morale agli alleati americani e israeliani.
Pur conservando dubbi e perplessità, ha ammesso che molti degli obiettivi di Washington e Gerusalemme sono condivisi, anche se l’Europa non ha i mezzi per perseguirli da sola. Un elemento di possibile leva europea resta l’uso delle basi militari statunitensi presenti sul territorio del Vecchio Continente, infrastrutture cruciali per le operazioni aeree americane. In Gran Bretagna la vicenda ha assunto toni particolarmente tesi: Keir Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi britanniche, per poi cedere lunedì, limitando però il via libera agli «strike difensivi» contro siti missilistici iraniani. La retromarcia ha scatenato la dura reazione di Trump, che in interviste ai giornali britannici ha espresso delusione e ha sentenziato che il rapporto speciale tra Stati Uniti e Regno Unito «non è più quello di una volta».Trump, dal canto suo, ha ribadito con forza lunedì che la morte di Khamenei ha indebolito irreversibilmente il regime di Teheran e che proprio per questo «questa era la nostra ultima, migliore occasione per colpire» ed eliminare una minaccia definita «intollerabile», portata avanti da un «regime malato e sinistro». Gli Stati Uniti hanno colpito oltre 1.250 obiettivi nelle prime 48 ore, distruggendo capacità missilistiche, navali e di comando, e rivendicando di aver ottenuto superiorità aerea.L’Unione Europea continua a sostenere l’obiettivo strategico di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, ma insiste sul rispetto del diritto internazionale, sulla cooperazione con l’AIEA e sul pieno adempimento del Trattato di Non Proliferazione.
Hannah Neumann ha delineato le priorità immediate di Bruxelles: gestire le ricadute dirette sul blocco, lavorare con i paesi del Golfo per una de-escalation, sfruttare i pochi canali diplomatici rimasti per convincere Teheran a fermare un’escalation giudicata «grave» e più ampia del previsto, evacuare i cittadini europei dalla regione – migliaia bloccati con voli cancellati – e mettere in sicurezza l’approvvigionamento energetico e le catene logistiche, soprattutto dopo la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz e gli attacchi a infrastrutture nel Golfo. A fare da contrappunto arriva la voce di Carl Bildt, ex premier svedese e co-presidente del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, che ha difeso l’Europa ma ha criticato duramente la strategia americana: non si vede un quadro coerente, solo decisioni prese in modo incerto dal presidente, senza una spiegazione chiara delle ragioni della guerra né un obiettivo definito. Questa vaghezza, secondo Bildt, alimenta un’incertezza generale che rende tutto ancora più pericoloso. In poche parole, emerge il ritratto di un’Europa divisa al proprio interno, scarsamente consultata, incapace di incidere militarmente e costretta a navigare tra dichiarazioni di principio, tentativi di mediazione e misure difensive, mentre la guerra vera – che ha decapitato la leadership iraniana e aperto una fase di transizione incerta – la fanno altri.





