Esteri
Iran, è escalation: proteste e vittime, Usa e Israele valutano l’intervento, Teheran avverte
Di Giampiero Gramaglia
Mentre l’Iran è attraversato, da oltre due settimane, da proteste popolari represse in modo cruento dal regime degli Ayatollah, il presidente Usa Donald Trump afferma che i dirigenti iraniani sono pronti “a negoziare” e che “un incontro è in preparazione” fra emissari di Washington e Teheran.
L’annuncio di Trump, fatto ai giornalisti a bordo dell’AirForceOne, fa però seguito a dichiarazioni dello stesso presidente secondo cui le forze armate statunitensi stanno studiando “opzioni molto forti” come risposta alla repressione delle manifestazioni attuata dal regime iraniano.
In un’alternanza d’affermazioni a distanza che appare più un ‘botta e risposta’ che un dialogo, quasi in contemporanea il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, parlando al corpo diplomatico accreditato a Teheran, diceva che le proteste “sono divenute violente e sanguinarie” solo per fornire a Trump e a Israele una scusa per intervenire, aggiungendo che la situazione “è sotto controllo”.
Le dichiarazioni di Araghchi sono state diffuse da Al Jazeera: la tv ‘all news’ qatariota è autorizzata a riprendere ed a trasmettere dall’Iran, nonostante il blocco di Internet in vigore almeno da venerdì nel Paese.
Le manifestazioni, innescate dal caro vita e partite dai commercianti di Teheran, una componente della società iraniana tradizionalmente conservatrice, si sono diffuse un po’ ovunque nel Paese e hanno acquisito toni politici, con appelli al cambio di regime. Non è la prima volta in questo secolo che l’Iran viene scosso da violente contestazioni – le più recenti quelle del 2022 del movimento ‘Donna Vita Libertà’ -, che parevano minare la teocrazia, ma che si sono poi spente o stemperate.
Oggi è però impossibile fornire dati oggettivi sull’entità e la diffusione delle proteste e sugli effetti della repressione: le fonti ufficiali e quelle dei contestatori sono di parte e le loro informazioni non sono mai verificabili. Secondo fonti di Ong che operano per i diritti civili, le vittime sono centinaia – si va da oltre 200 a oltre 500 a oltre mille -, mentre il regime denuncia decine di vittime, fino a 50, fra le forze dell’ordine. Le Monde ha appena scritto che un obitorio a sud di Teheran è stracolmo di cadaveri di vittime della repressione.
Feriti e arresti sono dell’ordine delle centinaia o migliaia e il regime ricorre alla pena di morte verso i manifestanti violenti che sono considerati alla stregua di “traditori” al servizio di nemici esterni, cioè, appunto, Usa e Israele, che le autorità iraniane accusano di fomentare le manifestazioni.
A Washington e a Gerusalemme, si segue da vicino la situazione e si discute la possibilità d’intervenire in Iran. Il regime di Teheran avverte che, in tal caso, vi saranno ritorsioni e che interessi statunitensi e israeliani ovunque nel mondo saranno considerati “obiettivi legittimi”.
C’è da valutare il rischio che una reazione statunitense e israeliana agli eventi interni iraniani inneschi un conflitto regionale, mobilitando le milizie alleate dell’Iran dall’Iraq alla Siria, da Gaza al Libano. Secondo il Jerusalem Post, “Trump ha sostanzialmente deciso di aiutare i manifestanti… Ciò che non ha ancora deciso è il ‘come’ e il ‘quando'”: “Lo spettro spazia da un’opzione militare, ovvero attacchi contro obiettivi del regime, al supporto informatico, tipo la fornitura ai contestatori di sistemi Starlink”. Il giornale aggiunge: “L’Amministrazione Trump non creda che il regime stia crollando, ma vede sicuramente problemi e crepe che non esistevano” fino a due settimane or sono.
Resta da decifrare il ruolo e il peso in questa vicenda di Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, figlio dello Scià che fu cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979, un amico dell’Occidente di cui si ignora, però, il seguito nel Paese: lui fomenta le proteste e si candida a guidare una transizione che, per ora, non c’è. Testimoni riferiscono di cortei che scandiscono il suo nome, ma anche di diffidenze e rancori verso il deposto regime; e l’Amministrazione Trump, memore forse di antichi errori, è cauta nel considerarlo un’alternativa agli ayatollah.





