Esteri

Un anno di Trump, in guerra con l’Europa e con il Mondo

20
Gennaio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Un anno di Trump alla Casa Bianca. Ma non è tempo di bilanci per l’inizio del secondo mandato del magnate presidente, perché la cronaca delle sue ‘imprese’ incalza su tutti i fronti: internazionali, con la ‘guerra dei dazi’ all’Europa per la Groenlandia che s’intensifica e la costituzione del ‘Board of Peace’ per il Medio Oriente, che è una dichiarazione di guerra all’Onu; e sui fronti interni, dove l’insoddisfazione per l’andamento dell’economia, e in particolare dei prezzi, potrebbe avere – nota la Cnn – un pesante impatto sulle elezioni di midterm, che però distano ancora 285 giorni, e doveva avanti lo scontro nelle piazze sull’operato della polizia anti-migranti partito da Minneapolis. Politico colleziona “25 cose della presidenza Trump” che ci sono, o ci sarebbero, sfuggite.

Il braccio di fero con gli europei sulla Groenlandia compromette il futuroo dell’Alleanza atlantica, che, secondo il New York Times, potrebbe essere “doomed”: per il giornale, Donald Trump “sta spingendo l’Alleanza tra America e Europa in un precipizio, cercando di costringere i leader europei a cedergli la Groelandia…”. Così, quello che fino a un anno fa pareva impensabile diventa un’ipotesi concreta: “la fine di un’alleanza che dura da 80 anni”. Il NYT contesta la tesi di Trump che gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per la loro sicurezza, spiegando come potrebbero benissimo garantire la sicurezza loro e dell’isola di ghiaccio senza impadronirsene.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il Wall Street Journal incalza: “L’Europa di fronte a un nuovo grande pericolo: gli Stati Uniti… Mentre Trump minaccia gli alleati della Nato, il Vecchio Continente cerca una via d’uscita a un divorzio costoso” per entrambe le parti. Il Washington Post dà molto rilievo all’iniziativa di tre cardinali cattolici vicini a Papa Leone XIV, per cui la politica estera Usa pone questioni morali e “domande fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace”.

I cardinali Blase Joseph Cupich, Chicago, Robert McElroy, Washington, e Joseph William Tobin, Newark, che fanno riferimento a Ucraina, Venezuela e Groenlandia, vedono “il ruolo morale Usa nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta ridotto a categorie partigiane che incoraggiano politiche distruttive e polarizzazione”.

Su questo sfondo, Trump è atteso domani al Forum economico mondiale di Davos, dove pronuncerà un discorso – alle 14.00 – e dove, giovedì, ci sarà la cerimonia d’insediamento del ‘Board of Peace’ per il Medio Oriente, altra iniziativa controversa al pari dei dazi sulla Groenlandia. Sempre giovedì, la Francia propone a Davos, dove oggi parlano, fra gli altri, i presidenti della Commissione europea Ursula von der Leyen e francese Emmanuel Macron, una riunione del G7 allargata alla Russia, dove discutere di Ucraina.

L’intreccio di incontri nella cittadina svizzera, fra cui uno fra Trump e il segretario generale Nato Mark Rutte sulla Groenlandia, farà da preludio a un vertice straordinario dell’Ue, giovedì sera, a Bruxelles, sempre sulla Groenlandia. Non è ancora chiaro se l’Unione imbraccerà il  suo bazooka, cioè …, come chiedono Francia e Germania, ma l’ipotesi è sul tavolo.

Sul WP, Ishaan Tharoor scrive che Trump a Davos metterà il Mondo di fronte a “una nuova realtà”: “Si rivolgerà alle èlites globali mettendo in aperta disucssione tutti i paradigmi che esse da tempo difendono”, a partire dal rispetto del diritto internazionale. E le Monde parla della “cultura dell’impunità” propugnata dal magnate presidente.

C’è quasi incredulità per alcuni gesti di Trump sulla Groenlandia e sul Medio Oriente. Ad esempio, la lettera al premier norvegese Jonas Gahr Store, in cui collega il mancato ottenimento del Nobel per la Pace all’aggressività sulla Groenlandia: siccome non me l’avete dato, nonostante abbia fatto finire otto guerre, scrive, “non mi sento più tenuto a pensare solo alla pace”.

A parte il fatto che Store non ha voce in capitolo nell’assegnazione del Nobel, è un pensiero puerile, come lo è stato il gesto di accettare dalla reale vincitrice, la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, la medaglia del premio. Ma Trump non se ne vergogna; e, anzi, rende pubblica la lettera, per avvertire gli europei.

La Groenlandia è grande più di un quinto di tutti gli Stati Uniti, ben più dell’Alaska, il più grande degli Stati dell’Unione, ma ha appena 57 mila abitanti – l’Alaska ne ha 15 volte di più -. Sono pochi, ma tosti, i groenlandesi che, con un referendum, nel 1982, decisero di uscire dalla Cee, pur restando danesi, perché volevano maggiore autonomia di gestione delle risorse ittiche (allora, nessuno parlava del petrolio sotto i ghiacci e delle terre rare). Con l’uscita dell’isola, avvenuta all’inizio del 1985, la Cee che era a 10 perdette metà del proprio territorio.

Anche la formazione del ‘Board of Peace’ per il Medio Oriente suscita controversie. Trump lo considera una sorta di feudo personale: vi invita leader di mezzo Mondo, anche i presidenti russo Vlaidimir Putin e bielorusso Aleksandr Lukashenko, che non sono certo alfieri della pace; ma chiede di pagare un biglietto di ingresso da un miliardo di dollari – a chi andranno i soldi, non è chiaro -. Proitestano quasi tutti: l’Onu, che giustamente si sente estromesso; Israele, che non gradisce gli inviti al Qatar e all’Egitto, ‘amici’ di Hamas; molti leader europei, per quella ‘tassa’.

Al rifiuto di Macron di aderire, Trump reagisce malissimo: dice che “nessuno lo vuole” e che non importa, “tanto smetterà presto di essere presidente” – le presidenziali in Francia sono nel 2027 -; poi aggiunge: “Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui ci starà … Ma non è obbligato a farlo”.

La vigilia dell’arrivo di Trump a Davos è segnata da sentimenti contrastanti: Euronews cità fonti della Nato “ottimistiche” sulla possibilità che Trump faccia marcia indietro, mentre altri media evocano la possibilità di una ‘coalizione dei Volenterosi’ in funzione anti-Usa; Politico non esclude che l’Ue ricorra al bazooka commerciale, mai utilizzato finora e ideato in funzione anti-cinese. C’è un’intesa in merito fra Francia e Germania, ma altri Paesi, fra cui l’Italia, esitano ad attivare l’Aci, cioè lo strumento anti-coercizione e vorrebbero ancora dare priorità al ricorso alla diplomazia.