(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Parliamoci chiaro. Anche nel ballo l’allenamento è tutto. E le imprese italiane sono tra le più allenate al mondo alla danza che per antonomasia si basa sul continuo movimento rotatorio e passi in avanti e indietro: il valzer. Se il vero rischio dell’andirivieni delle tariffe commerciali internazionali è la continua incertezza certificata dalla sentenza della Corte Suprema USA che ha bocciato i dazi di Trump, pensate per un attimo ai seguenti fattori cui è abituato da decenni il made in Italy che esporta: tasse locali alle stelle, caro energia e trasporti, burocrazia italiana ed europea, incerta supply chain, costo del lavoro sopra la media, bassa produttività. Nonostante queste zoppìe, il passo di valzer dell’export italiano non smette di essere fluido, sinuoso. Lo ha sottolineato il Vicepremier Antonio Tajani: «Le crisi servono sempre per cambiare, per saper dimostrare di essere reattivi. Noi lo abbiamo dimostrato: di fronte ai dazi abbiamo aumentato le esportazioni».
Lo confermano i numeri 2025 dell’export made in Italy, che recentemente ha superato il Giappone portandosi al quarto posto nella classifica globale, facendo segnare una crescita anno su anno del +3,3%. Il mese di dicembre ha visto un aumento tendenziale del nostro export sfiorare il +5% (4,9 per la precisione) in valore e +3,6% in volume. Le esportazioni made in Italy si sono concentrate fuori dall’UE, e in particolare negli USA. Confrontando il dato di settembre con lo stesso mese del 2024, l’export verso gli Stati Uniti ha registrato un notevole +34,7%. Il quarto trimestre 2025 ha fatto segnare +5,1% verso l’area extra-UE: un forte segnale di diversificazione rispetto ai confini comunitari. All’interno dell’UE le vendite sono particolarmente cresciute in Francia e Polonia. Tra i settori sugli scudi il farmaceutico, con dati ISTAT che mostrano incrementi medi dei prodotti pharma nei primi 10 mesi dell’anno a quota +33,7%.
L’industria farmaceutica italiana si è confermata leader per crescita e rappresenta un valore di export che sfiora i 70 miliardi di euro nel 2025. Sullo stesso livello del settore agroalimentare, che ha registrato nel periodo una crescita attorno al 6%. Vino, olio e pasta hanno confermato di restare competitivi sui mercati esteri, nonostante i dazi. Positive anche le performance dei settori cantieristica navale e mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi. Stesso trend per i settori metalli di base e prodotti in metallo, apparecchi elettrici e beni strumentali. Per completezza di informazione occorre però allargare il quadro. La Bce ha precisato che «Il protrarsi delle tensioni commerciali rischiano di avere effetti ben più profondi del semplice rallentamento dell’export. Gli shock tariffari riducono le probabilità di espansione delle imprese e ne aumentano il rischio di uscita dal mercato, con conseguenze durature su produttività e crescita. Le tariffe stanno mettendo sotto pressione le aziende europee, in una fase in cui la crescita della produttività è già debole». Passo di valzer indietro.
Continua Francoforte: «Ad essere minacciato è il dinamismo imprenditoriale, cioè il continuo processo di nascita, crescita e uscita delle imprese che alimenta innovazione e progresso tecnologico attraverso la distruzione creativa». Il pane delle nostre aziende. Uno studio Bce 2008-2023 sulle aziende di Italia, Germania, Francia e Spagna evidenzia come le imprese maggiormente esposte all’export verso gli USA risultino in media le più produttive e innovative. Quando l’incertezza si prolunga come in questo periodo, le imprese tendono ad adottare strategie attendiste, rinviano investimenti, posticipano piani di espansione e orientano l’innovazione verso progetti meno rischiosi. Nel medio-lungo periodo questo frena il progresso tecnologico e può pesare sulla crescita per anni. È proprio su questa mattonella che il nostro made in Italy impegnato nel valzer non deve scivolare.





