Economia

Prada-Versace: il lusso prova a tornare italiano

23
Ottobre 2026
Di Paolo Bozzacchi

Il Made in Italy sa ancora creare grandi marchi del lusso. La sfida, oggi, è riuscire a mantenerne anche il controllo. Dopo decenni di acquisizioni da parte dei colossi francesi e dei fondi internazionali, il gruppo Prada prova a invertire la rotta riportando Versace sotto proprietà italiana. Ma per Andrea Guerra l’operazione da 1,25 miliardi di euro è soltanto l’inizio: la vera scommessa sarà restituire crescita e redditività alla maison della Medusa, trasformandola nel terzo pilastro (oltre a Prada e Miu Miu) di un gruppo capace di confrontarsi con i giganti mondiali del settore. Una sfida arrivata in un momento tutt’altro che semplice per il mercato del lusso, ma che Prada sta affrontando con i conti ancora in crescita. Nei primi 9 mesi del 2026 il gruppo ha registrato ricavi netti per 4,54 miliardi di euro, in aumento del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita organica del 4%, calcolata escludendo il contributo di Versace. Nel solo terzo trimestre i ricavi sono aumentati dell’11%, mentre la crescita organica si è fermata all’1%. Le vendite retail hanno raggiunto 3,93 miliardi, in aumento dell’11%, pari al 2% su base organica.

Il marchio Prada ha mantenuto un andamento positivo, con vendite in crescita del 2% nei nove mesi e dell’1% nel terzo trimestre. Più complessa la situazione di Miu Miu, che dopo il balzo del 41% registrato nei primi nove mesi del 2025 ha segnato un incremento dell’1% nel corrispondente periodo del 2026 e una flessione del 3% nel terzo trimestre. Sul piano geografico, le Americhe si confermano il mercato più dinamico, mentre Asia Pacifico e Giappone mostrano una sostanziale stabilità. L’Europa rimane meno brillante e il Medio Oriente continua a penalizzare soprattutto Miu Miu, nonostante alcuni segnali di miglioramento.
Il rilancio di Versace

È in questo scenario che si inserisce il rilancio di Versace. La maison, acquisita dal gruppo statunitense Capri Holdings per un valore d’impresa annunciato di 1,25 miliardi di euro, è entrata ufficialmente nel perimetro Prada il 2 dicembre 2025. Nei primi 9 mesi del 2026 ha contribuito ai ricavi consolidati per 441 milioni di euro. Il vero obiettivo, tuttavia, non è ancora il fatturato. È riportare Versace a una crescita sostenibile, recuperando desiderabilità, redditività e posizionamento nella fascia alta del mercato.

La strategia di Guerra: prima il marchio, poi i risultati

Nella conference call con gli analisti del 22 ottobre, Guerra ha confermato la fiducia nel progetto: «Di Versace siamo soddisfatti, il team è pronto». Un giudizio che arriva mentre l’integrazione industriale procede secondo i programmi e la nuova direzione creativa prepara il proprio debutto. Il 2026 è stato concepito come un anno di transizione, dedicato alla revisione dell’organizzazione e al riposizionamento commerciale. Il 2027 dovrà invece rappresentare il primo banco di prova del nuovo corso. Il rilancio si fonda su una trasformazione del modello di business. Prada punta a ridurre la dipendenza di Versace dagli outlet e dalle vendite scontate, rafforzando il canale a prezzo pieno, la qualità della distribuzione e il valore percepito dei prodotti.

Una strategia che potrebbe inizialmente comprimere i volumi, ma che mira a ricostruire la capacità del marchio di generare margini più elevati. La sfida è impegnativa. Versace aveva chiuso il 2025 con 684 milioni di euro di ricavi e una perdita operativa. Anche il 2026 dovrebbe registrare un risultato negativo, mentre i benefici dell’integrazione saranno valutabili soprattutto a partire dal prossimo anno. Il nuovo assetto assegna a Lorenzo Bertelli, presidente esecutivo della maison, un ruolo centrale nella definizione della strategia. La direzione creativa è stata affidata a Pieter Mulier, chiamato a reinterpretare i codici estetici di Versace senza disperderne l’identità. Il debutto delle nuove collezioni è previsto nel 2027. L’obiettivo non è trasformare Versace in un’altra Prada, ma valorizzare la complementarità tra tre identità: l’eleganza intellettuale di Prada, la sperimentazione di Miu Miu e il linguaggio audace della Medusa. La strategia potrà contare sulle strutture industriali e organizzative del gruppo, dalle competenze produttive alla logistica, fino alle piattaforme digitali e alla distribuzione internazionale. Sinergie che potrebbero consentire a Versace di migliorare l’efficienza operativa preservando la propria autonomia creativa.

Il nuovo polo italiano del lusso

L’acquisizione assume un significato che supera i confini del singolo gruppo. Con il ritorno di Versace sotto controllo italiano, Prada rafforza la propria posizione tra le grandi holding mondiali del lusso e rilancia il tema della proprietà dei marchi storici del Made in Italy. Negli ultimi decenni, infatti, una parte significativa delle principali maison italiane è stata acquisita da gruppi internazionali, soprattutto francesi. Il caso più emblematico è quello di Gucci, marchio fiorentino controllato da Kering, che possiede anche Bottega Veneta e Brioni. Tre nomi di primo piano della moda italiana, oggi inseriti in un conglomerato francese. Ancora più esteso è il portafoglio italiano di LVMH, proprietario di Fendi, Bulgari, Loro Piana ed Emilio Pucci. Marchi che mantengono forti legami con la tradizione produttiva italiana, ma la cui proprietà e le principali decisioni strategiche fanno capo al gruppo francese guidato dalla famiglia Arnault. Diversa la situazione di Valentino, controllata dal fondo qatariota Mayhoola, con Kering azionista di minoranza. Anche Etro è passato sotto il controllo del private equity internazionale, attraverso L Catterton, mentre Missoni ha visto rafforzarsi il ruolo degli investitori finanziari, con FSI come azionista di riferimento. La proprietà estera non implica necessariamente una perdita di italianità produttiva. Molti di questi gruppi continuano a investire nelle manifatture, negli artigiani e nelle filiere nazionali. Cambia però il luogo nel quale vengono assunte le principali decisioni su capitale, acquisizioni e sviluppo internazionale.

Da Armani a Moncler, i grandi marchi rimasti italiani

Il panorama delle maison ancora sotto controllo italiano conserva alcuni protagonisti di primo piano. Giorgio Armani rappresenta uno dei casi più significativi. Dopo la scomparsa del fondatore nel 2025, il gruppo è entrato in una nuova fase di governance affidata alla Fondazione Giorgio Armani e agli eredi designati, con un percorso di apertura del capitale previsto dalle disposizioni successorie. L’azienda rimane un riferimento dell’indipendenza creativa e industriale italiana, pur trovandosi di fronte a scelte decisive sul futuro azionario. Brunello Cucinelli continua a essere controllata dalla famiglia fondatrice, attraverso una struttura societaria che ne preserva la visione industriale e il radicamento produttivo in Umbria. Anche Salvatore Ferragamo resta sotto il controllo della famiglia, nonostante le difficoltà commerciali e il percorso di riposizionamento del marchio. Ermenegildo Zegna, quotata a New York, mantiene il controllo familiare e ha costruito un gruppo internazionale che comprende anche Thom Browne e Tom Ford Fashion. Un esempio di crescita dimensionale realizzata senza perdere la guida italiana. Tra i gruppi privati spiccano Dolce&Gabbana e Max Mara, ancora legati alle rispettive famiglie fondatrici, mentre Tod’s continua a essere controllata dalla famiglia Della Valle, affiancata da investitori internazionali. Un ruolo importante è ricoperto anche da Moncler, guidata da Remo Ruffini, che ne mantiene il controllo di fatto e ha sviluppato un gruppo comprendente anche Stone Island. Si tratta di modelli proprietari differenti, accomunati però dalla permanenza di un centro decisionale italiano. Un elemento particolarmente rilevante in un settore nel quale dimensioni finanziarie, capacità distributiva e investimenti internazionali sono diventati decisivi.

Il Made in Italy alla prova delle dimensioni

L’acquisizione di Versace riapre dunque una questione industriale più ampia: il Made in Italy può continuare a esprimere marchi globali mantenendo in Italia anche la proprietà e il controllo strategico? La risposta passa dalla capacità di costruire gruppi sufficientemente grandi da sostenere investimenti in distribuzione, tecnologia, comunicazione e innovazione, senza rinunciare alle caratteristiche creative e manifatturiere che hanno reso riconoscibile la moda italiana. Il confronto con i grandi conglomerati francesi resta impegnativo. LVMH e Kering dispongono di portafogli di marchi, reti commerciali e capacità finanziarie che nessun gruppo italiano replica ancora nelle stesse dimensioni.

Prada, tuttavia, sta cercando di costruire una piattaforma industriale più articolata, valorizzando le competenze condivise senza appiattire l’identità dei singoli brand. In questa prospettiva si inseriscono anche gli investimenti produttivi del gruppo, come il nuovo polo della pelletteria di Piancastagnaio, in Toscana, e il progetto Prada Galleria a Milano, che unisce vendita, ospitalità e cultura nel luogo simbolo delle origini del marchio. Guerra ha descritto quest’ultimo investimento come un ponte tra passato e futuro, capace di raccontare l’identità del gruppo e rafforzarne il rapporto con i clienti. «La Galleria rappresenta la nostra essenza, il nostro modo di vivere, il cuore pulsante di ciò che siamo», ha spiegato l’amministratore delegato.

La strategia guarda oltre il prodotto, puntando sulla qualità dell’esperienza commerciale, sull’eccellenza manifatturiera e sulla capacità di trasformare la storia dei marchi in valore economico. Per Versace il passaggio sarà ancora più delicato. Il mercato valuterà il rilancio non soltanto attraverso l’accoglienza delle prime collezioni di Mulier, ma soprattutto attraverso il recupero delle vendite a prezzo pieno, la produttività dei negozi e il ritorno alla redditività. I conti dei primi nove mesi confermano che Prada dispone di una base economica solida per affrontare questa trasformazione. Ma il rallentamento della crescita organica dimostra anche che il contesto non concede margini per errori. La vera scommessa di Andrea Guerra è trasformare il ritorno di Versace in Italia da operazione finanziaria a successo industriale. Perché riportare un marchio sotto controllo nazionale è soltanto il primo passo. La sfida più difficile è dimostrare che il Made in Italy può ancora costruire, gestire e far crescere grandi maison globali, competendo con i colossi internazionali del lusso.