Economia

Milano corre, Roma protegge: le aziende migliori per cui lavorare secondo Great Place to Work

13
Maggio 2026
Di Paolo Bozzacchi

C’è un’Italia del lavoro che non si misura soltanto in fatturato, produttività o quote di mercato. Si misura, prima di tutto, in fiducia. È quella fotografata dalla prima edizione del ranking Best Workplaces Milan & Rome 2026 di Great Place to Work Italia, costruita ascoltando la voce di 35.580 collaboratori di aziende con sede a Milano e Roma. Le 30 imprese premiate — 15 per ciascuna città — raccontano due modi diversi, ma ugualmente efficaci, di costruire benessere organizzativo.

A Milano entrano in classifica Bending Spoons, Jet HR, Biogen, Auditel, Reverse spa, Agile Lab, Adesso.it, TrueLayer, Salesforce, Cofidis Group, AGM Solutions srl, Marketing Espresso, Accuracy, Autobiz ed Expanscience. A Roma il ranking premia ConTe.it, Fenix Pharma, Open Fiber, MetLife, Bristol-Myers Squibb, Verisure, Tabilia società benefit, Experian, Stryker, Trice Srl, Rheinmetall Italia spa, Toyota FS, Net Insurance spa, Karl Storz ed Elt Group. Trenta nomi che, letti insieme, compongono una mappa del lavoro d’eccellenza tra le due capitali economiche, istituzionali e organizzative del Paese. Il dato più netto è il Trust Index, l’indicatore che misura il clima di fiducia interno sulla base di parametri come credibilità, rispetto, equità, orgoglio e coesione. Le aziende milanesi raggiungono una media del 91%, quelle romane dell’83%. Otto punti di differenza che diventano ancora più significativi se confrontati con il 44% della norma italiana, calcolata sui principali indicatori Great Place to Work attraverso il report European Workforce Study.

Milano, in questa fotografia, conferma una vocazione già nota: velocità, tecnologia, organizzazione, sperimentazione. A dominare tra i best workplaces meneghini è l’information technology, che pesa per il 40%, seguita dai servizi professionali con il 20%, da pharma e servizi finanziari con il 13%, e da advertising, marketing e media con il 7%. Roma risponde con un profilo diverso: al primo posto ci sono i servizi finanziari e assicurativi con il 27%, seguiti da farmaceutica, manifattura e information technology, ciascuno al 13%, mentre healthcare, educazione, telecomunicazioni e servizi professionali pesano per il 7% e l’aerospaziale per il 6%. La differenza non è solo settoriale. È culturale.

A Milano il lavoro eccellente sembra poggiare su una leadership accessibile, manager presenti, feedback frequenti e un dialogo diretto con i collaboratori. In queste aziende la fiducia non è uno slogan da manifesto aziendale, ma una pratica quotidiana: autonomia reale, smart working non negoziato, welfare concreto, benefit tangibili, ferie e permessi retribuiti extra. Il modello richiamato da Alessandro Zollo, ceo di Great Place to Work Italia, è quello delle start-up e scale-up nordeuropee o californiane: organizzazioni snelle, veloci, abituate a ottimizzare ciò che già funziona più che a rincorrere mancanze strutturali.

Non a caso, tra le aree di miglioramento indicate dai collaboratori che lavorano a Milano emergono temi da aziende già mature: rafforzamento dell’identità aziendale, maggiore chiarezza della vision, più collaborazione trasversale e processi sempre più fluidi. In altre parole, non si chiede di costruire le fondamenta, ma di rendere più efficiente una macchina già competitiva. Roma racconta un’altra storia. Qui il benessere è valore manifesto, quasi una condizione preliminare per lavorare bene. Le aziende premiate si distinguono per attenzione alla persona, rispetto del work-life balance, chiarezza dei ruoli, relazioni mature, riduzione dei conflitti e continuità organizzativa. La leadership romana è meno acceleratrice e più garante: discreta ma presente, coerente tra ciò che promette e ciò che realizza. Le aree di miglioramento indicate a Roma sono le seguenti: ulteriori benefit capaci di rafforzare il benessere, una comunicazione sempre più lineare e percorsi di crescita professionale sani, lontani dalla rincorsa esasperata alla performance. È un’idea di lavoro meno muscolare e più protettiva, meno orientata alla sola accelerazione e più attenta alla tenuta del sistema.

La classifica, guardata nel suo insieme, mostra anche un equilibrio dimensionale interessante. Sono 11 le organizzazioni nella categoria medium large, tra 150 e 499 collaboratori; 7 quelle small, tra 10 e 49 collaboratori; 6 le medium small, tra 50 e 149 collaboratori; mentre 3 aziende appartengono alla categoria large, tra 500 e 999 collaboratori, e altre 3 alla categoria super large, oltre i 1.000 collaboratori. La lettura combinata dei commenti alle domande aperte e degli item più positivi restituisce forse il dato più interessante: Milano e Roma valutano il lavoro da due punti di osservazione differenti. Milano guarda alla qualità del sistema organizzativo, alla capacità di produrre risultati sostenibili e alla solidità delle strutture decisionali.

Roma guarda all’affidabilità dell’ambiente, alla prevedibilità del contesto e alla coerenza quotidiana tra regole dichiarate e pratiche reali. Anche la leadership cambia volto. A Milano il leader è parte del meccanismo che fa funzionare l’organizzazione: una funzione integrata nel sistema, chiamata a facilitare performance, autonomia e innovazione. A Roma il leader è invece una garanzia di stabilità: una figura che protegge l’equilibrio, riduce l’incertezza e rende più sicura l’esperienza quotidiana dei collaboratori. Due città, due culture del lavoro, due interpretazioni diverse della fiducia. Milano corre perché si sente autorizzata a farlo. Roma tiene perché costruisce ambienti in cui le persone possono riconoscersi e restare. Il punto comune, però, è decisivo: le migliori aziende non sono quelle che parlano di persone, ma quelle che le ascoltano davvero. E poi agiscono di conseguenza.