Dopo il bollo auto e il tetto Eni/Q8 alla benzina, arriva il momento dei conti. E il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) approvato ieri dal Consiglio dei Ministri racconta bene quanto sarà complicato costruire l’ultima Legge di Bilancio della legislatura.
I numeri ufficiali mostrano un 2026 migliore delle attese: la crescita viene rivista dallo 0,6% all’1% e il deficit dovrebbe chiudere al 2,9% del PIL.
Dal 2027, però, il quadro torna più stretto: crescita allo 0,8%, debito al 138,6% e deficit programmatico al 3,4%, per poi scendere al 3,2% nel 2028 e al 2,3% nel 2029.
Il Governo ha quindi scelto la prudenza. La clausola europea verrà utilizzata per circa 28 miliardi nel biennio 2027-2028, sette miliardi l’anno per l’energia e altrettanti per la difesa. È meno di quanto inizialmente ipotizzato, soprattutto sul secondo capitolo, sul quale lo sforzo è stato ridimensionato di circa 8 miliardi, con buona pace del Min. Crosetto.
Al netto di questa spesa straordinaria, il deficit rilevante ai fini europei tornerebbe sotto il 3%.
Il punto politico è che Giancarlo Giorgetti sta già preparando la maggioranza a ridurre la lista dei desideri. Un mese fa gli spazi sembravano maggiori; oggi inflazione, interessi sul debito e rallentamento atteso della crescita suggeriscono, per usare le parole dello stesso Ministro, un approccio “un attimino più prudente”.
La manovra che prende forma sembra quindi destinata a concentrarsi su poche priorità.
La principale resta il taglio dell’Irpef per il ceto medio, con l’ipotesi di portare al 33% l’aliquota sui redditi tra 40 e 50 mila euro, con un beneficio massimo di circa mille euro annui e un costo intorno ai 3 miliardi. Sul tavolo ci sono poi la “start tax” al 5% sugli incrementi salariali degli under 35, incentivi alle assunzioni giovanili e la possibile conferma o rafforzamento dei bonus per l’efficienza energetica delle abitazioni.
Più difficile sarà trovare spazio per le altre richieste dei partiti: flat tax degli autonomi fino a 100 mila euro, cedolare secca sui negozi, detassazione delle tredicesime e nuove forme di pensionamento anticipato.
Soprattutto, una parte consistente delle risorse rischia di essere assorbita prima ancora che inizi la discussione politica. La rivalutazione delle pensioni legata all’inflazione potrebbe costare oltre 10 miliardi, cui si aggiungono gli adeguamenti automatici di assegno unico, ammortizzatori sociali e altre prestazioni.
È il lato meno visibile della fiammata dei prezzi: l’inflazione non colpisce soltanto le famiglie, ma aumenta automaticamente anche una parte rilevante della spesa pubblica.
Ed è proprio l’inflazione il vero elemento nuovo. A settembre ha raggiunto il 4,2%, mentre quella acquisita per il 2026 è già al 3,1%. Giorgia Meloni ha chiesto a Bruxelles di tenere conto del fatto che i percorsi di spesa europei furono costruiti ipotizzando un’inflazione molto più bassa. La questione non è secondaria: se aumenta il costo nominale di pensioni, contratti, opere pubbliche ed energia ma il tetto europeo alla spesa rimane invariato, il Governo deve compensare tagliando altrove.
A questo si aggiungono i mercati. Ieri lo spread BTP-Bund ha toccato 131 punti base, prima di chiudere intorno a 115, dopo un aumento di circa 50 punti in un mese. Non è una crisi italiana, ma per un Paese con un debito vicino al 140% del PIL il ritorno di rendimenti più elevati significa progressivamente maggiore spesa per interessi e quindi ancora meno risorse per la politica.
È qui che il DPFP smette di essere soltanto un documento contabile e diventa una fotografia politica. Il problema non riguarda soltanto Giorgia Meloni e nemmeno soltanto l’Italia. I governi europei stanno entrando contemporaneamente in una fase nella quale energia, inflazione, difesa, debito e instabilità internazionale comprimono il potere d’acquisto degli elettori e lo spazio fiscale degli Stati.
Il meccanismo è politicamente pericoloso: i cittadini chiedono maggiore protezione proprio quando i governi dispongono di meno risorse per offrirla. Ne derivano cali di consenso e uno spazio crescente per forze radicali che possono permettersi di promettere riduzioni fiscali e maggiore spesa senza spiegare come finanziarle, oppure concentrare quasi interamente la propria proposta su immigrazione, sicurezza e identità evitando il terreno molto più difficile dell’economia.
Ma governare Paesi complessi significa occuparsi anche di salari, pensioni, industria, energia, sanità e debito pubblico. E nei prossimi mesi il contesto internazionale difficilmente renderà il compito più semplice.
Per Meloni la sfida dell’ultimo anno di legislatura sarà quindi più difficile di quanto sembrasse soltanto poche settimane fa: continuare a dimostrare che stare al Governo consente di fare le cose, senza promettere più di quanto i conti permettano di mantenere.
Una linea meno spettacolare di molte alternative, ma probabilmente l’unica compatibile con un’Europa nella quale il vero avversario dei governi rischia di essere, sempre più, il costo stesso di governare.





