Economia
L’Italia che non frena: Confcommercio vede il PIL al +0,9% nel 2026
Di Elisa Tortorolo
Se guardassimo solo la mappa dei rischi globali, le ragioni per tirare i remi in barca ci sarebbero tutte: un nuovo conflitto nel Golfo Persico che minaccia le rotte commerciali, lo spettro mai del tutto sopito dei rincari energetici e un disordine internazionale che non accenna a rientrare. Eppure, l’economia italiana si ostina a non frenare, muovendosi in netta controtendenza rispetto ai timori di inizio anno. A fotografare un Paese che resiste agli shock esterni – e che in alcuni casi li ammortizza con efficacia inaspettata – è l’ultima analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Per il 2026, l’associazione lancia sul tavolo previsioni decisamente più ottimistiche rispetto ai compassati board delle istituzioni nazionali e internazionali.
I numeri parlano chiaro e spazzano via, almeno per ora, i fantasmi di una stagnazione prolungata: la stima per il PIL si attesta a un solido +0,9%, accompagnata da una crescita dei consumi dell’1,2%. Questo differenziale positivo tra ricchezza prodotta e spesa indica uno scenario vitale, in cui il tessuto produttivo e distributivo italiano sta fungendo da vero e proprio scudo, assorbendo i contraccolpi internazionali senza scaricarli integralmente sui prezzi finali.
A fare da argine all’incertezza globale c’è un mix virtuoso di fattori macro e microeconomici. Da un lato, il mercato del lavoro continua a mandare segnali di straordinaria vitalità, con un’occupazione che si mantiene sui massimi storici, garantendo stabilità reddituale a una fetta più ampia di popolazione. Dall’altro, l’inflazione – vera tassa occulta che ha falcidiato i risparmi negli ultimi anni – sembra essere stata finalmente domata: l’inflazione di fondo (la cosiddetta “core”, depurata dalle componenti volatili come energia e alimentari freschi) resta imbrigliata sotto la rassicurante soglia di guardia del 2%. Questo significa che il potere d’acquisto delle famiglie, dopo mesi di sofferenza, sta riprendendo ossigeno.
Ma è guardando al portafoglio e alle abitudini profonde delle famiglie che emerge il vero motore psicologico ed economico di questa crescita. Gli italiani, semplicemente, non hanno smesso di progettare. L’incertezza, pur percepita leggendo i titoli dei telegiornali, non si è trasformata in quella sfiducia cronica che paralizza i mercati.
A maggio, le intenzioni di acquisto hanno confermato la granitica solidità della domanda interna, concentrandosi in particolar modo sui beni durevoli e sul mattone. Chi compra un bene a lungo termine scommette implicitamente sulla propria tenuta economica futura: nel dettaglio, il 29% degli italiani pianifica l’acquisto di grandi elettrodomestici, il 24,5% guarda a nuovi mobili per rinnovare gli spazi domestici e il 23,5% è pronto a investire nella ristrutturazione dell’abitazione. Sono progetti strutturali, non spese d’impulso, che indicano come lo zoccolo duro della classe media stia tenendo il punto, forte anche di risparmi accumulati e di un ritrovato ottimismo.
A dare un’ulteriore, fondamentale spinta propulsiva al PIL c’è poi il comparto turistico, che si conferma vero e proprio asse portante e irrinunciabile della nostra economia. Il “sentiment” in vista dell’estate è ai massimi degli ultimi sei anni, segnando un recupero totale rispetto alle stagioni passate: il 38,5% degli italiani ha già programmato le proprie vacanze, registrando il valore più alto dal 2020 a oggi. Questa massiccia propensione alla spesa ricreativa farà da carburante indispensabile per l’intero macro-settore dei servizi, dalla ristorazione all’ospitalità, generando un effetto moltiplicatore sui territori.
I dati, insomma, ci consegnano la fotografia di un Paese vivo, dinamico e con una scorza più dura del previsto. Ma per trasformare questo eccellente “rimbalzo difensivo” in una traiettoria di crescita strutturale, affidarsi unicamente alla propensione al consumo dei cittadini potrebbe rivelarsi un azzardo in futuro. Lo ha ricordato a chiare lettere il Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, commentando le stime, con un monito rivolto implicitamente ai decisori politici: “L’economia italiana, nonostante le tensioni internazionali, mostra una capacità di tenuta superiore alle aspettative. Sono dati positivi, ma occorre rafforzare investimenti e competitività per ritrovare la via di una crescita più robusta e duratura”.
La rotta per chiudere il 2026 in positivo è tracciata. Ora, però, la palla passa inevitabilmente alle politiche industriali e alla messa a terra dei fondi strutturali: la resilienza ammirevole dei consumatori e delle imprese ha comprato tempo prezioso, ma il rilancio definitivo della produttività nazionale non può più aspettare.





