Economia
Riordino del gioco pubblico: una riforma attesa che rischia di non essere tale
Di Francesco Tedeschi
Riforma necessaria, ma così com’è impostata rischia di fare più danni che benefici. È la sintesi del messaggio emerso dal convegno “Gioco pubblico: regolazione, concorrenza e libero mercato”, promosso dal Milton Friedman Institute all’Hotel Nazionale di Piazza di Montecitorio oggi a Roma, che ha riunito istituzioni e operatori del settore.
Ad aprire i lavori sono stati Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo, e Alessandro Bertoldi, direttore esecutivo del Milton Friedman Institute. Capezzone ha denunciato il clima di “fobia illiberale” cresciuto attorno al settore, attribuendolo alla crescente confusione tra gioco legale e illegale. Un contesto che, a suo avviso, finisce per erodere occupazione e gettito fiscale, favorendo paradossalmente proprio gli operatori illegali.
Per Bertoldi, invece, il gioco legale rappresenta “l’unico vero antidoto all’illegalità”. Tuttavia ha avvertito che restrizioni eccessive rischiano di produrre l’effetto opposto, spingendo parte dell’utenza verso circuiti illegali o verso il gioco online, fenomeni che – ha osservato – per i consumatori risultano spesso difficili da distinguere. Nel suo intervento ha poi richiamato l’attenzione sul rischio di una concentrazione oligopolistica indotta dalle regole della gara: «Una concentrazione eccessiva potrebbe creare una dipendenza dello Stato da poche grandi aziende in un settore che vale 11 miliardi di gettito, configurando di fatto una joint venture tra lo Stato e poche imprese». Bertoldi ha inoltre sollecitato un’assunzione di responsabilità politica sull’impostazione della riforma, criticando la scelta di procedere prima con la gara per l’online e solo successivamente con il riordino del gioco fisico, una perplessità che nel corso del convegno è stata condivisa da più interventi.
La voce della politica: libero mercato, stabilità e responsabilità istituzionale
Dal fronte politico è emersa una convergenza trasversale sui nodi principali, pur con accenti diversi. Il vicepresidente della Camera, on. Mulè (Forza Italia), è stato il primo a intervenire, offrendo una sintesi programmatica dei punti centrali della riforma: regole omogenee tra gioco fisico e online, un modello di offerta “safe” — basato su autoesclusione, limiti, tracciabilità e formazione — e un forte presidio della legalità. «Nessuno vuole l’illegalità», ha affermato, «anzi in questa sala si trovano i principali moschettieri contro l’illegalità».
L’on. De Bertoldi (Lega) ha tradotto queste preoccupazioni in tre domande politiche molto nette: libero mercato o oligopolio? Interesse dell’erario o massimizzazione dei profitti privati? Quale approccio adottare rispetto ai rischi sociali? Sul secondo punto ha avanzato un ragionamento difficilmente contestabile: «Se avessi entrambe le concessioni indirizzerei i clienti verso l’online, perché rende di più all’impresa. Ma questo è davvero l’interesse dello Stato?».
L’on. Rosato (Azione) ha aggiunto un ulteriore livello di riflessione, quello della coerenza istituzionale. Il sistema delle concessioni, ha ricordato, è nazionale: per questo non è accettabile che regolamenti comunali differenti producano disomogeneità tra territori su materie che lo Stato ha il dovere di disciplinare in modo uniforme.
L’on. Sala (Forza Italia) ha invece spostato il baricentro del ragionamento sul piano economico: il gioco pubblico, ha sostenuto, deve essere trattato prima di tutto come un settore economico, superando la falsa alternativa tra gettito fiscale e contrasto alla ludopatia. Il punto centrale, secondo lui, resta la certezza normativa: «Meglio una norma mediocre che rimane per tanti anni piuttosto che una buona norma che viene cambiata ogni anno». Sul rapporto con gli enti locali è stato altrettanto netto: «Mai come in questa riforma bisogna allineare Stato ed enti locali, altrimenti viene fuori un pastrocchio».
I conti non tornano: l’analisi di Codere Italia
Marco Zega, direttore Affari Istituzionali di Codere Italia, ha posto quella che a suo avviso è la questione centrale: alle condizioni ipotizzate, la gara è davvero sostenibile dal punto di vista finanziario?
I numeri, secondo Zega, restituiscono un quadro preoccupante. Nel 2025 una macchina media genera un EBITDA di circa 2,7 euro al giorno; attualizzando i flussi lungo l’intero arco della concessione novennale, il rientro dell’investimento si collocherebbe in media oltre il sesto anno, assorbendo quindi circa due terzi della durata complessiva della concessione. Un orizzonte temporale che rischia di scoraggiare la partecipazione alla gara.
Il quadro si complica ulteriormente guardando alla segmentazione per cluster di incasso: le macchine con raccolta fino a 50 euro giornalieri rappresentano il 48% del parco AWP e, secondo le stime di Codere, non riuscirebbero a recuperare l’investimento nell’arco dei nove anni di concessione.
Il paradosso fiscale: incasso una tantum contro gettito ricorrente
Le ricadute per l’erario, secondo le analisi presentate, sarebbero tutt’altro che marginali. I cluster AWP a basso incasso generano infatti circa un miliardo di euro l’anno di PREU, mentre il segmento VLT considerato a rischio contribuisce per circa mezzo miliardo: complessivamente, si tratta quindi di circa 1,6 miliardi di entrate annue potenzialmente esposte.
A questo si aggiunge l’impatto occupazionale. Si stimano circa 24.000 posti di lavoro a rischio lungo una filiera che complessivamente impiega tra 48.000 e 56.000 addetti, con un effetto economico valutato in circa 700 milioni di euro l’anno tra minori imposte, contributi e maggiori costi per ammortizzatori sociali. Il paradosso, dunque, appare evidente: la riforma garantirebbe allo Stato un’entrata una tantum stimata in circa 1,2 miliardi di euro grazie alle nuove concessioni, ma al prezzo di mettere a rischio flussi annuali ben più consistenti. «Si può fare cassa il giorno della gara, ma poi il gettito diminuisce», ha sintetizzato Geronimo Cardia, presidente di Acadi. Tra i possibili correttivi, Marco Zega ha proposto di estendere anche al gioco fisico un modello di tassazione basato sul margine, accompagnato da un riallineamento delle aliquote tra i diversi segmenti e da un incremento del payout di circa cinque punti percentuali.
Riforma organica o occasione mancata?
Al di là dei numeri della gara, le critiche riguardano anche l’impostazione complessiva della riforma. La scelta di intervenire sul gioco fisico separatamente dall’online — in contrasto con le previsioni della stessa delega fiscale, che indicava la necessità di armonizzare il prelievo tra le diverse tipologie di gioco — rischia infatti di produrre un quadro normativo disallineato in un mercato che ormai è, per sua natura, ibrido. L’asimmetria fiscale, secondo gli operatori, finirebbe per accelerare la migrazione verso il digitale: più redditizio per i privati, ma meno per l’erario.
Sul piano concorrenziale, poi, desta preoccupazione l’ipotesi di innalzare il tetto di concentrazione dal 25% al 34-40%. Geronimo Cardia ha osservato che alcuni operatori superano già la soglia vigente e che un ulteriore aumento rischierebbe di consolidare una struttura oligopolistica, mettendo in difficoltà fino a sei concessionari su otto. Emmanuele Cangianelli (EGP-Fipe) ha inoltre ricordato che le restrizioni su distanze e orari — previste esclusivamente per il gioco fisico — non hanno finora dimostrato una reale efficacia e rischiano piuttosto di spingere la domanda verso l’online o verso il gioco illegale. Quest’ultimo, secondo le stime citate durante il confronto, avrebbe raggiunto una raccolta di circa 30 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto alle valutazioni precedenti.
Nel frattempo la filiera ha già sottoscritto una richiesta congiunta di incontro con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e con il viceministro Maurizio Leo, chiedendo che venga effettuata una valutazione di impatto preventiva prima della definizione della bozza di decreto. Il messaggio emerso dal settore è chiaro: il riordino è necessario, ma deve essere organico, fondato su evidenze e costruito attraverso un confronto con gli operatori. «Non si tratta di concetti astratti — ha concluso Cardia — ma di posti di lavoro e imprese che rischiano di essere travolti da scelte non condivise».









