Economia
Le bollette italiane non sono le più care d’Europa ma le imprese pagano di più
Di Giuliana Mastri
Le bollette italiane non sono le più care d’Europa. Lo dice Flavio Cattaneo, lo ha ribadito Orsini, lo ha confermato venerdì scorso anche il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. E lo argomenta con precisione Stefano Cingolani su Il Foglio, in un’analisi che vale la pena seguire perché smonta luoghi comuni da entrambe le parti del dibattito.
I dati Eurostat parlano chiaro: nel 2025 il cliente domestico italiano ha speso in media 59 euro al mese con consumi di 2 megawattora l’anno. Lo spagnolo ne ha pagati 54, il francese 51, il tedesco 73. Germania, Irlanda e Belgio ci costano più di noi. Lo scarto rispetto alla media dell’area euro è di soli due euro mensili. Le imposte incidono poco – il 25% in Italia contro il 31% in Germania – mentre il vantaggio italiano è nella rete distributiva, che risulta la più efficiente del confronto: 17% di incidenza contro il 32% tedesco, il 33% francese e il 30% spagnolo.
Il nodo delle imprese
Allora perché Confindustria continua a lamentarsi? Perché il parametro cambia quando si parla di clienti industriali: le imprese italiane nel 2025 hanno pagato 278 euro per megawattora, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna. Il mix energetico è determinante, e qui Orsini e Panetta concordano: dove la quota di rinnovabili è più alta, i costi scendono. Il problema, allora, sono i 150 gigawatt di nuovi impianti bloccati. Non per oscure manovre politiche, ma per un intreccio di rigidità locali, proteste sociali e inefficienza amministrativa che accomuna regioni di ogni colore politico: in Sardegna sono ferme oltre 600 richieste, in Puglia 700 attendono l’autorizzazione, la Sicilia ha più potenza assegnata dell’obiettivo fissato ma manca la rete. La regione più lontana dal traguardo del 2030, annota Cingolani, è la Toscana, insieme a Sardegna e Calabria.
Una transizione che arranca
La Banca d’Italia certifica che nel complesso europeo la transizione verso le rinnovabili è avanzata più rapidamente che in Italia, dove la quota è comunque salita dal 22% nel 2010 al 48% nel 2025, principalmente a spese del carbone – sceso dal 12 all’1% nella generazione elettrica – mentre il gas naturale pesa ancora per il 40%. La capacità produttiva da rinnovabili è cresciuta da 18 a quasi 82 gigawatt tra il 2000 e il 2025, ma il ritmo attuale non basta: se restasse invariato, nel 2030 si coprirebbe meno del 55% del consumo previsto contro il 63% indicato nel Piano nazionale integrato. Le importazioni nette di elettricità coprivano nel 2025 circa un sesto del consumo totale.
La conclusione è senza giri di parole: prima di chiedere altri miliardi bisogna dimostrare di saper spendere quelli già stanziati. Una prova di serietà che spetta alla politica.





