Cultura

Warhol torna a Ferrara: «Ladies and Gentlemen» e i grandi ritratti a Palazzo dei Diamanti

26
Marzo 2026
Di Giampiero Cinelli

Andy Warhol torna a Ferrara. Cinquant’anni dopo la leggendaria mostra del 1975-76, Palazzo dei Diamanti accoglie oltre 150 opere del padre della Pop Art — acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid provenienti da importanti musei e collezioni europee e statunitensi — in un’esposizione curata da Chiara Vorrasi che non è una semplice riedizione di quell’evento storico, ma un percorso più ampio nell’universo della ritrattistica warholiana. La mostra è aperta fino al 19 luglio 2026.

Ad accogliere il visitatore è lo stesso Warhol attraverso sequenze filmate conservate nell’archivio del Centro Video Arte di Ferrara: immagini che documentano il suo arrivo in città il 25 ottobre 1975, la conferenza stampa e l’inaugurazione, trasformata in un happening improvvisato in cui l’artista ruppe simbolicamente i manifesti che chiudevano i passaggi tra le sale, sottolineando il carattere trasgressivo dell’evento.

Al centro dell’esposizione, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea con il sostegno del Warhol Museum di Pittsburgh, c’è naturalmente la serie «Ladies and Gentlemen»: un ciclo dedicato ad anonime drag queen afro e latinoamericane che frequentavano la scena underground di New York. Rivolgendosi per la prima volta a soggetti ai margini della società, Warhol spostava l’attenzione dal mito mediatico all’individuo, indagando la dimensione dell’identità e della sua rappresentazione. L’allestimento ripropone l’assetto scenografico delle prime sale della mostra del 1975, con la scala monumentale delle tele che dialogava con formati più piccoli in un caleidoscopico susseguirsi di volti. Tra le protagoniste del ciclo spiccano Wilhelmina Ross, modella e performer ritratta in un’opera monumentale concessa dalla Fondation Louis Vuitton, e Marsha P. Johnson, celebre attivista per i diritti della comunità omosessuale, il cui volto appare in una tela proveniente dalla collezione Brandhorst di Monaco in una dimensione quasi estatica che le è valsa l’appellativo di Santa Marsha.

Un’intera sala permette di osservare l’artista al lavoro grazie al video «Andy Paints D.Q.’s», nel quale Warhol realizza uno degli acrilici monumentali oggi conservati alla Fondation Vuitton: stratificazioni di colore, incisioni con le dita che frammentano il volto, interventi che in alcuni casi sfiorano l’astrazione e richiamano le maschere rituali nativo-americane della sua collezione privata.

Il secondo capitolo ricostruisce il contesto che portò alla nascita della serie. Fu il gallerista Luciano Anselmino, insieme al curatore Janus, a proporre a Warhol un progetto ispirato alle superstar transgender dei film della Factory. L’artista accolse l’idea reinterpretandola a modo suo, scegliendo figure meno celebri della scena underground di Manhattan. La mostra del 1975 ottenne un successo inatteso e fu prorogata fino al gennaio del 1976; il catalogo includeva uno degli ultimi testi di Pier Paolo Pasolini, ucciso il 2 novembre 1975, che interpretava le pose reiterate dei ritratti come una rilettura contemporanea dell’iconicità dell’arte ravennate.

Il percorso si allarga poi ai capolavori degli anni Sessanta e Ottanta: le Marilyn e le Liz Taylor della collezione Luigi e Peppino Agrati, i ritratti di Mick Jagger con le loro Polaroid originali, la parodia cromatica di Mao Tse-Tung, fino ai volti sempre più smaterializzati di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, con cromie iridescenti che anticipano l’estetica delle immagini digitali. La mostra si chiude con una sala di autoritratti in cui Warhol usò il proprio volto come terreno di sperimentazione — profili ridotti all’essenziale, immagini moltiplicate fino all’illeggibilità, presenze spettrali su fondo nero — e con il progetto fotografico «Altered Images» del 1981, in cui appare truccato e travestito in omaggio al ritratto duchampiano di Rrose Sélavy. Ultime immagini, le sequenze di «Andy Warhol’s Fifteen Minutes», il programma trasmesso su MTV tra il 1986 e il 1987 che rifletteva sui meccanismi di produzione e diffusione delle immagini nella società contemporanea: un testamento visivo che suona ancora attualissimo.