Ambiente
La nuova sfida italiana: trasformare la dipendenza in vantaggio strategico
Di Jacopo Bernardini
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Nel nuovo grande gioco geopolitico dell’energia, l’Italia si trova davanti a un paradosso. Da un lato, è uno dei Paesi europei più esposti alla volatilità dei mercati energetici; dall’altro, è anche uno dei mercati che più rapidamente stanno attirando investimenti nelle infrastrutture per la transizione. È su questa tensione — tra vulnerabilità e opportunità — che si gioca oggi una parte decisiva della competitività industriale europea.
Non è un caso che al Festival dell’Energia il tema della sicurezza energetica sia tornato al centro del confronto tra istituzioni, utility, operatori infrastrutturali e industria. Perché l’energia non è più soltanto una questione ambientale o industriale: è diventata un tema di sovranità economica, resilienza geopolitica e sicurezza strategica.
Lo dimostrano gli ultimi anni. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina e le recenti tensioni in Medio Oriente hanno reso evidente quanto il prezzo dell’energia possa incidere sulla tenuta economica di un Paese. Andy Kinsella, founder e CEO di Aer Soléir, sintetizza il punto in modo netto: «I recenti sviluppi geopolitici hanno dimostrato quanto l’indipendenza energetica strategica sia vitale per la competitività e la sicurezza di lungo periodo dell’Europa».
Il nodo, per l’Italia, è strutturale. Il sistema energetico nazionale continua a dipendere in larga misura dalle importazioni di gas e, in generale, da una produzione ancora fortemente esposta alle oscillazioni internazionali. Aer Soléir osserva come, durante le recenti tensioni sui mercati energetici, i prezzi elettrici italiani siano arrivati a essere fino a dieci volte superiori rispetto a quelli di Paesi come Spagna o Norvegia, caratterizzati da una maggiore disponibilità di produzione domestica e rinnovabile.
È una differenza che racconta molto più di una semplice dinamica di mercato. Significa che i sistemi energetici fondati su una maggiore autonomia produttiva riescono ad assorbire meglio gli shock geopolitici. E significa anche che la transizione energetica non può più essere letta soltanto come una questione climatica: è anche una politica industriale e di sicurezza nazionale.
Da qui la corsa agli investimenti in rinnovabili, reti e sistemi di accumulo. Non basta produrre energia pulita: occorre renderla stabile, distribuibile e disponibile nei momenti di picco. In questo quadro si inserisce la strategia di Aer Soléir, gruppo irlandese che considera oggi l’Italia il principale mercato europeo di crescita. Dopo l’avvio del progetto BESS di Rondissone, in Piemonte — uno dei più grandi sistemi di accumulo in costruzione nel Paese, con 250 MW di potenza e 1 GWh di capacità — la società punta a sviluppare nel mercato italiano un portafoglio da circa 1.500 MW tra eolico, fotovoltaico e storage.
Per Kinsella, il tema non riguarda soltanto la capacità produttiva, ma la tenuta complessiva del sistema infrastrutturale europeo. «L’Italia deve rafforzare e diversificare la propria produzione energetica domestica, anche attraverso infrastrutture rinnovabili e di accumulo», osserva. Ma il vero collo di bottiglia, aggiunge la società nei suoi documenti strategici, è ormai la rete.
Il punto è cruciale. Negli ultimi vent’anni il problema principale per gli sviluppatori era assicurarsi contratti di acquisto dell’energia. Oggi, invece, la sfida è ottenere capacità di connessione e accesso alle infrastrutture di trasmissione. La transizione energetica europea rischia infatti di rallentare non tanto per mancanza di tecnologia o capitali, quanto per l’insufficiente velocità autorizzativa e infrastrutturale.
È qui che si apre il vero confronto politico ed economico dei prossimi anni. Perché rendere l’Italia energeticamente più indipendente significa accelerare su autorizzazioni, reti, accumuli e capacità produttiva domestica. Ma significa anche decidere quanto velocemente il Paese vuole trasformare la propria vulnerabilità energetica in un vantaggio competitivo industriale e geopolitico.





