Economia

Giappone, inflazione ancora bassa. Enigma per i tecnici

04
Luglio 2022
Di Giampiero Cinelli

L’economia del Giappone continua a suscitare la curiosità degli esperti. Il Paese è anch’esso nel G7, eppure, non registra le dinamiche che si stanno vedendo nelle altre principali nazioni avanzate. A spiccare il dato dell’inflazione, che a Tokio non è balzata e ha superato di poco il target fissato dalla Banca Centrale dopo 7 anni di tentativi. A maggio è al 2,5% rispetto all’anno prima, un numero su cui, come sappiamo, anche la Bce grossomodo mette i suoi paletti. L’indice dei prezzi al consumo, invece, è al 2,1% se escludiamo i prodotti alimentari freschi. Sottraendo anche il costo dell’energia saremmo su un aumento dello 0,8%b su base annua. Mentre l’aumento mensile è dello 0,2%.

Ci si chiede come sia possibile dato che il Giappone è povero di materie prime e deve importare l’energia. In Europa, ad esempio, l’inflazione è quasi tutta trainata dai maggiori costi di approvvigionamento energetico (nell’Eurozona a maggio si attesta sull’8,1%) mentre negli Stati Uniti, dove sta influendo di più l’aumento della domanda interna, dell’occupazione e dei salari, l’aumento dei prezzi è pari all’8,3%. Sul dato americano, infatti, il costo energetico conta il 7% mentre nell’area euro l’11%.

Per spiegare il caso Giappone possono essere usate motivazioni tecniche, come le politiche monetarie della banca centrale, ancora improntate al QE che la Bce e la Fed stanno per abbandonare, e una crescita ancora molto bassa dall’inizio della pandemia, ma molto è anche dovuto a fattori comportamentali e psicologici nel Paese del sol levante. Secondo un’indagine, il 56% dei giapponesi afferma che non cambierebbe supermercato e continuerebbe a comprare le stesse quantità di cose anche a fronte di un aumento dei prezzi. Gli economisti hanno allora definito questo atteggiamento “disattenzione razionale”. Cioè a quanto pare la popolazione giapponese non sarebbe molto sensibile all’aumento del costo della vita in quanto non lo riconosce. Questo dato però dovrebbe scontrarsi con la realtà dei numeri. Realtà che, invece, e qui sta il punto, finisce per adattarsi al mondo dei consumatori. Sono proprio le aziende a non aumentare i prezzi volontariamente, rischiando certamente di abbattere i loro margini di profitto. Ma questa è la loro politica perché, a quanto pare, c’è la convinzione che un aumento considerevole dei prezzi al dettaglio – non del 2% che viene tranquillamente sopportato dalle famiglie – determinerebbe una reazione negativa delle famiglie. In sostanza, l’ipotesi è che in Giappone imprese e consumatori abbiano generato un tacito accordo per cui da una parte, si accetta di rimanere entro certi margini di guadagno, dall’altra non si fa pressione affinché il proprio salario aumenti per non favorire l’inflazione data da un maggior potere d’acquisto. Va detto appunto che le imprese nipponiche portano avanti da anni una politica di contenimento dei salari, che le fa essere più competitive nell’export.

Tutto ciò però fa sì che la crescita sia ormai costantemente bassa. Nel primo trimestre del 2022 il Pil nipponico ha segnato -1% e rispetto ai livelli pre-covid il Pil reale è ancora in negativo del 2,7% mentre gli Usa e l’Europa hanno ripreso a crescere. Il quadro non schioda la Banca Centrale Giapponese dal perseguire la sua strategia di stimolo finanziario, con l’intento di ravvivare il sistema tendendo i tassi di interesse a 0 sui titoli decennali. E lo sta facendo già da molto prima della pandemia. I banchieri si augurano che la continua immissione di liquidità possa far alzare gli stipendi, ma non sta accadendo a sufficienza, nonostante la paga base sia aumentata per 9 anni consecutivi. Davvero un bel grattacapo per la scienza economica, disorientata dal dover rivedere i suoi modelli se a Tokio incidono di più i comportamenti sociali che le grandezze reali. Tuttavia, come abbiamo visto anche in Italia fino allo scoppio della pandemia, il livello delle retribuzioni è sempre un fattore fondamentale nel determinare la situazione economica e il livello d’inflazione.