Politica

Delega fiscale, riforma Csm. Se non ci fosse la guerra sarebbe crisi di governo

08
Aprile 2022
Di Ettore Maria Colombo

Governo sull’orlo di una crisi di nervi

Prima l’aumento delle spese militari dell’Italia tra istanze pacifiste del M5s, Pd in versione bellicista, gli altri partiti che si godono lo scontro. Con Draghi che sale al Colle. Conte che sale al Colle. Mattarella che predica calma a entrambi, ma crisi di governo sfiorata davvero. Poi la riforma del Csm che non fa un passo in avanti, con il Pd che denuncia: “centrodestra e renziani vogliono affossare la riforma” mentre il ministro Cartabia minaccia di mettere la fiducia. Poi, lo scontro sulla delega fiscale e la riforma del catasto con Lega e FI saliti sulle barricate. E l’abruzzese Antonio Martino (nessuna parentela con il da poco defunto ex ministro degli Esteri), capogruppo azzurro in commissione Finanze alla Camera, che si gode i suoi cinque minuti di celebrità sillabando: “Se ci pongono di fronte alla scelta se aumentare le tasse o far cadere il governo, noi preferiamo andare a casa”. Frase, per di più non smentita, anzi confermata, l’indomani, dopo una notte, quella passata con i colleghi di maggioranza durante la soffertissima discussione sulla riforma del fisco tenuta in commissione, riunione finita a rissa, tra urla e spintoni, fogli e microfoni che volavano in aula.

Infine, le cifre stanziate dal governo nel Def che scontentano di fatto tutti i partiti di maggioranza.

Meno male che c’è una guerra in corso…

Parliamoci chiaro. Se non ci fosse una guerra ai confini dell’Europa, se le stragi dei civili ucraini, da parte dei russi, non facessero inorridire tutti, se la Ue non avesse preso una decisione storica (embargo immediato alle fonti energetiche russe, tutte, la decisione presa ieri dal Parlamento Ue), se il rischio della guerra totale – e, magari, di un conflitto nucleare – non bussasse alle nostre porte, non solo le prime pagine dei giornali italiani e dei notiziari tv, ma pure il dibattito politico quotidiano sarebbe incentrato su una crisi di governo ormai alle porte e di fatto conclamata.

Una cabina di regia andata malissimo

Il quadro era già precipitato l’altro ieri, sul Def. Mentre la cabina di regia volge al termine, scoppiano tutte le mine. Il ministro Patuanelli (M5s) ricorda che il Movimento vuole modificare la riforma del Csm. Il capodelegazione della Lega – il teoricamente ‘draghiano’ Giancarlo Giorgetti – ribadisce la contrarietà del suo partito (cioè di Salvini) sulla riforma fiscale. Il Pd chiede più soldi per aiutare famiglie e imprese,M5s pure.

Il premier sceglie un tono istituzionale, a cui seguono però concetti talmente dritti da apparire brutali: “È chiaro a tutti che è di fondamentale importanza mostrarci uniti in un contesto internazionale così drammatico? Che è necessario mandare al Paese un messaggio di fiducia?”. Il presidente del Consiglio è stufo dei continui sgambetti del Movimento e della Lega, anche se deve evitare di minacciare strappi: i mercati reagirebbero male, malissimo. E quindi si appella al buon senso, mentre si addensano cattivi pensieri: “Non si possono mettere in discussione accordi sul fisco presi in consiglio dei ministri – scandisce nel chiuso di Palazzo Chigi – né immaginare sulla giustizia soluzioni poco praticabili dal punto di vista costituzionale. Queste riforme vanno approvate al più presto”. Se serve, mettendo la fiducia. Se necessario, ‘contandosi’. In commissione come in Aula.

Il problema è che, ove la conta andasse male – su uno qualsiasi di questi temi (riforma del Csm, delega fiscale, Def) si aprirebbe una crisi di governo di improvvide, incalcolabili conseguenze.

Draghi minaccia la questione di fiducia

Rimettere a posto le ambizioni di smarcamento di Lega e M5s – nonché valorizzare la responsabilità del Pd di Letta e della sinistra di Speranza – significa, per Draghi, provare a blindare una riforma come quella fiscale, su cui Lega e Forza Italia chiedono di sancire un principio inaccettabile per Palazzo Chigi: il parere in commissione deve essere vincolante. Draghi non ci sta: “altrimenti che delega è?”. E per chiarire che non arretrerà, semmai si conterà, aggiunge: “Non è la prima volta che la Lega si oppone. In commissione ci sono stati dei voti e abbiamo vinto, speriamo di vincere ancora”. E ancora: “Mettere la fiducia? Stiamo considerando tutte le possibilità”. Dove però la lingua batte dove il dente duole: le parole “speranza” e “possibilità”. Sulla riforma del Csm, invece, Draghi vorrebbe evitare di usare la stessa arma. «Ho promesso di non metterla, vorrei mantenere fede all’impegno. Spero che le forze politiche lo prendano come un segnale di democrazia, mostrandosi collaborative». Anche la tempistica pesa molto. Vale sulle riforme e vale anche sul Def, che va chiuso entro il 20 aprile, perché fuori il mondo non attende: «La situazione continua a deteriorarsi, bisogna fare il prima possibile», dice secco il premier. È una richiesta d’unità, in un momento così delicato, che anche il Colle ripete in queste ore a tutti i suoi interlocutori.

Lega e Fi alzano il muro e Marattin si arrende

Ma il centrodestra intigna, non ci sta, barrisce. Per Lega e FI sta al premier sta al premier dare garanzie certe sul fatto che l’approvazione della delega fiscale non comporti in nessun modo un aumento delle tasse. Nel caso, i due partiti non voterebbero a favore. Il Pd non ci sta e attacca: “Così si mette a rischio il governo”, avverte la capogruppo dem Deborah Serracchiani.
E’ rottura totale sulla delega fiscale, dunque, e l’ipotesi della fiducia in Aula si fa sempre più pressante. Anche perché in commissione, è impossibile andare avanti con l’esame del provvedimento: il muro contro muro tra ex giallorossi e il centrodestra blocca l’esame della riforma. Ieri diverse votazioni su alcuni emendamenti si sono concluse con un pareggio, 24 a 24: equilibri sul filo che non consentono di immaginare il prosieguo dei lavori, tanto più dopo la quasi rissa scoppiata l’altra sera, le cui immagini rimbalzano sui social. Il presidente della commissione Finanze di Montecitorio, il renziano Luigi Marattin, dopo aver tentato fino all’ultimo di trovare un punto di caduta, ‘getta la spugna’. “Ora le mediazioni passano per il presidente del Consiglio. Fiducia o no, spetta al governo decidere. La questione ora deve essere sciolta a Palazzo Chigi”, spiega, riferendo di aver gia’ informato il governo che “serve una mediazione ad altissimo livello”. E Marattin non nega “il sospetto che un pezzo di politica italiana voglia usare il fisco per i suoi manifesti elettorali”. Un sospetto condiviso anche dal Pd: “Il centrodestra sta montando una polemica assurda, elettoralistica, che rischia di far saltare tutto. E’ una tensione montata ad arte”, sostiene il responsabile economico dem, Antonio Misiani.

Salvini alza il tiro e coinvolge pure il Colle

Matteo Salvini convoca in mattinata un vertice della Lega al quale, oltre ai responsabili economici di Via Bellerio, partecipa il ministro Giorgetti. All’ordine del giorno la discussione sulla delega fiscale e le proposte della Lega per aiutare famiglie e imprese. Il partito esclude categoricamente ogni ipotesi di aumento di tasse su casa, risparmi, titoli di Stato e affitti. “Non e’ il momento di mettere le mani nelle tasche degli italiani”, ribadisce Salvini. Terminata la riunione, la Lega fa sapere che il centrodestra di governo “chiederà un incontro a Draghi con l’obiettivo di evitare aumenti di tasse su casa, affitti e risparmi”. Non solo. Salvini, in una nota successiva, ‘alza l’asticella’ e ‘coinvolge’ anche il Colle: “Sono convinto che i provvedimenti che ipotizzano nuove tasse su case o risparmi siano fuori luogo. Ne parleremo con il presidente Draghi e con il presidente Mattarella. Difendere e proteggere gli italiani significa anche non tassarli”, scandisce. Anche Forza Italia tiene il punto: “È dirimente l’impegno preso dal governo a non aumentare le tasse sulla casa come sui risparmi. Non sosterremo mai alcun provvedimento che può colpire le famiglie”.


Una lettura, quella del centrodestra, che viene seccamente smentita dal Pd. Sempre la Serracchiani lancia l’altolà: “E’ inaccettabile che, per nascondere le loro divisioni interne in vista delle amministrative, mettano a rischio il governo”. Tra i nodi c’è ancora la riforma del catasto, ‘salvata’ in commissione per un solo voto di differenza e su cui il governo, con la sottosegretaria al Mef Cecilia Guerra, aveva posto l’aut aut. La ‘palla’ passa ora al governo.

La reazione del governo: presto un vertice

“La prossima settimana sono previsti incontri con i leader dei partiti del centrodestra di governo” dopo le tensioni sulla delega fiscale precisano fonti di palazzo Chigi. Sempre palazzo Chigi dice che  “Il Governo non ha alcuna intenzione di aumentare le tasse. Il Presidente Draghi ha dichiarato più volte questo impegno sin dall’inizio del suo mandato, in Parlamento, in incontri pubblici, ai vertici internazionali e anche nei vari confronti con i leader delle forze di maggioranza. Nel caso della delega fiscale – fanno notare le stesse fonti – il presidente Draghi ha specificato, anche di recente, che il provvedimento non porta incrementi sull’imposizione fiscale degli immobili regolarmente accatastati. Nessuno pagherà più tasse. Il Governo non tocca le case degli italiani. E lo stesso sarà per gli affitti e risparmi”.

Basterà? Ad oggi non si sa. Per ora, la Lega ribatte che i pareri delle commissioni “vanno rispettati” (ma ancora non sono stati espressi) e FI che “noi sui principi non cediamo di un passo”. Enrico Letta, invece, parla di “terrorismo comunicativo” da parte di Lega e FI sulla casa. E si schiera dalla parte del governo. Conte, invece, sul punto tale ma si gode la scena di un Draghi ‘stretto’ tra i marosi di Lega e FI. E avere solo il Pd, dalla sua parte, per Draghi, è davvero poco.